Progetto cineforum

Regia: Daniele Luchetti. Sceneggiatura: Daniele Luchetti, Stefano Rulli, Sandro Petraglia. Fotografia: Claudio mio fratello01Collepiccolo. Montaggio: Mirco Garrone. Scenografia: Francesco Frigeri. Costumi: Maria Rita Barbera. Musica: Franco Piersanti. Interpreti: Elio Germano (Accio), Riccardo Scamarcio (Manrico), Diane Fleri (Francesca), Angela Finochiaro (la signora Benassi) Massimo Popolizio (il signor Benassi), Alba Rohrwacher (Violetta), Luca Zingaretti (Mario Nastri), Anna Bonaiuto (Bella Nastri), Vittorio Emanuele Propizio (Accio adolescente), Ascanio Celestini (padre Cavalli), Claudio Botosso (il professor Montagna). Produzione: Marco Chimenz, Giovanni Stabilini, Riccardo Tozzi per Cattleya/Babe Film. Distribuzione: Warner Bros. Durata: 100'. Origine: Italia/Francia, 2007.

1962. Antonio Benassi detto Accio da Latina ha una madre casalinga, un padre che fa l’operaio, una sorella che si chiama Violetta e che studia al liceo classico e un fratello bello, che di nome fa Manrico e ha gli occhi azzurri, una voce profonda, un gran talento con le ragazze e una vocazione da leader operaio. Accio è un ragazzino e sta in seminario, come opzione per un futuro sicuro; ma Manrico, che agitatore lo è nell’animo, instilla in lui il dubbio con una foto di Marina Allasco: Accio decide che la carriera ecclesiastica non fa per lui e se ne torna a casa. Nell’equilibrio familiare il ragazzino sembra però non trovare posto e il suo letto diventa una poltrona convertibile nell’angolo del corridoio di una casa troppo piccola e troppo malconcia.
La confusione identitario e quel senso di rifiuto che ne scaturiscono non lo portano però a rifuggire gli altri; anzi Accio si getta in una serie di relazioni umane con un’intensità che disorienta gli altri per l’irruenza, l’aggressività, la foga che contraddistinguono ogni sua frase e gesto. Soprattutto con Manrico, Accio ha un rapporto che si basa essenzialmente sullo scontro fisico e l’aggressione verbale: pugni, sberle, calci, punizioni varie finché il ragazzo, riemergendo da una vasca in cui il fratello lo tiene a forza, si ritrova cresciuto. La confusione e la smania di affrontare la vita a muso duro non hanno però trovato pace, anzi, si inaspriscono con l’impeto della giovinezza che corre lungo le vicende di un’Italia che si trasforma, che mio fratello02contesta, che cerca di determinare illusoriamente il suo futuro. E lo sbocco naturale di tanta foga diventa la lotta politica con le sue verbose costruzioni che giustificano cortei, pestaggi e spedizioni punitive. In questa nuova battaglia esistenziale Accio, neotesserato del Msi, si trova contro il fratello che anima scioperi di fabbrica e occupazioni. Ma il misurarsi di Accio con la vita continua, fuori e dentro di sé, al di qua e al di là di quelle che ha creduto convinzioni, di quelli che ha creduto amici, di quelli che ha creduto valori, contro e insieme a Manrico che la sua scelta, invece, l’ha fatta da tempo. 1977. Il destino presenta il conto ai due fratelli. Un conto che pesa e che parla di un’Italia che l’illusione di cambiare le cose la sta perdendo inesorabilmente.

Punti di discussione: 
1.    La ricerca della propria identità: il percorso di formazione del personaggio di Accio (il periodo trascorso in seminario, l’avvicinamento al partito fascista prima e a quello comunista poi, l’educazione sentimentale). Uno spiccato individualismo, in contrasto con una forte smania di identificazione, una caratteristica in apparente contraddizione, ancora presente nella personalità di numerosi giovani. Negli anni Sessanta Accio ha trovato nella politica un modo per far sapere che esiste, oggi invece cosa farebbe?
2.    Il rapporto tra Accio e Manrico: i due fratelli sono uno l’opposto dell’altro e crescono in perenne conflitto, ma a renderli simili è un nucleo affettivo misterioso, che si esplicita nella scena finale, quando si rendono conto di essere radicalmente e per sempre diversi l'uno dall'altro. Solo allora realmente si “toccano”. Lo sguardo degli occhi scuri, vivaci e dubbiosi di Accio si scontra/si incontra con lo sguardo degli occhi azzurri, impenetrabili e sicuri di Manrico.
3.    Il rapporto conflittuale di Accio con la famiglia: come si può spiegare il diverso atteggiamento della madre nei confronti dei suoi due figli maschi?
4.    I personaggi femminili del film: la madre, Francesca, la sorella Violetta, la moglie di Mario, Bella, che osano scegliere, sbagliando e sopportando le conseguenze delle loro scelte.
5.    La conclusione del film, considerata da parte della critica come eccessivamente “didascalica” e consolatoria. Accio, personaggio “vincitore” (e superstite) della vicenda, quali ideali incarna, alla fine del suo percorso di formazione?
 
Personaggi:
 •    Accio (Elio Germano). Studente dotato e sensibile, ma scontroso e attaccabrighe, alla     spasmodica ricerca     di un’identità e di un ruolo che non riesce a trovare.
•     Manrico (Riccardo Scamarcio). Bello, carismatico, amato da tutti, con una vocazione da leader     operaio, impegnato in scioperi di fabbrica e occupazioni.
•    Francesca (Diane Fleri). Bella ragazza di estrazione alto borghese, che dedica la vita a un uomo     che non avrà mai.
•   La madre (Anna Finocchiaro). Donna mesta ma risoluta, cardine della famiglia e punto di     riferimento, apparentemente remissiva, eppure determinata nella sua continua     affermazione di dignità.
•    Mario (Luca Zingaretti). Venditore di tovaglie, fascista, che porterà Accio ad abbracciare un’ideologia politica di estrema destra. Uomo che si è costruito un’architettura di massime in cui credere, che devono fare da contrappunto ad una vita, in fondo, priva di veri successi consolatori.
 
Da considerare:
1.    Riferimenti culturali. Il film è tratto dal romanzo "Il fasciocomunista" di Antonio Pennacchi. Lo scrittore si è però dissociato dalla pellicola cinematografica, in quanto il finale è stato modificato e, a suo avviso, anche il messaggio fondamentale del libro è stato travisato.
mio fratello032.    Origine del titolo: Il titolo del film è tratto dall’omonima canzone (1976) di Rino Gaetano, scanzonato e surreale cantautore, morto prematuramente, in seguito ad incidente stradale, nel 1981. Considera le motivazioni per le quali il regista possa avere scelto questo titolo per la pellicola.
3.    Sostrato socio-politico: all’inizio degli anni ’60 l’Italia vive l’illusione del boom economico e della speranza di essere diventata un Paese approdato ad una modernità priva di conflitti, proiettato verso un futuro prospero di benessere; dopo la metà degli anni ’70, quando il racconto si chiude, quei miraggi sono svaniti, sgretolatisi in tante vite bruciate, in tanta inutile violenza, in troppo disarmante immobilismo.

FILMOGRAFIA
La meglio gioventù (Italia, 2003) di Marco Tullio Giordana
Saga dei borghesi Carati, padre romano e madre milanese con due figli maschi e due femmine, dall'estate 1966 ai giorni nostri. Tre generazioni, da Roma a Palermo, da Capo Nord alla val d'Orcia, toccando alcuni dei grandi eventi collettivi di quel terzo di secolo: l'alluvione di Firenze (4-11-1966), i movimenti giovanili, l'antipsichiatria, la lotta armata tra i '70 e gli '80, la strage mafiosa di Capaci (1992). Di questo film corale – 6 ore in due atti – sono protagonisti i due fratelli Nicola, psichiatra basagliano, e Matteo, spigoloso poliziotto, entrambi figli del '68. Compatta e complessa sceneggiatura di Sandro Petraglia e Stefano Rulli con simmetrie, conflitti, incalzare di avvenimenti e sottigliezza psicologica, passioni e compassione, coraggio e tenerezza, scarti del caso e decisioni personali. Probabilmente è il risultato più ammirevole del loro lungo lavoro di sceneggiatori così com'è il più maturo e felice film di M.T. Giordana che alla maturità era giunto con I cento passi. L'alchimia e la sintonia fra i tre ha del miracoloso nel cinema italiano del primo 2000. In questo film di memoria – fedele al suo titolo che è di Pasolini, ma prima ancora di una canzone alpina della guerra 1915-18 – contano anzitutto i personaggi: non perché siano tipici o esemplari, determinati dagli avvenimenti: gli autori, anzi, ne hanno privilegiato l'irripetibilità e la singolarità. Alle virtù dello stile si aggiunge una lucida volontà di comunicazione emotiva con lo spettatore: ha il momento più alto nella sequenza dei libri (una grande A. Asti) dopo il suicidio di Matteo; qua e là nel 2° atto s'inoltra nel territorio del mélo, persino ruffiano nel finale, l'unica caduta di gusto che gli possiamo rimproverare. Fotografia: Roberto Forza; montaggio: Roberto Missiroli; presa diretta: Fulgenzio Ceccon. 6 David di Donatello e 6 Nastri d'argento. Premiato a “Un certain régard” di Cannes 2003. Prodotto dalla RAI i cui responsabili – per incompetenza e/o ignavia – ne hanno ritardato la messa in onda. [recensione da “Il Morandini - Dizionario dei film”, Zanichelli]

buongiorno notte03Regia e sceneggiatura: Marco Bellocchio. Soggetto: liberamente ispirato al libro "Il prigioniero" di Anna Laura Braghetti.Fotografia: Pasquale Mari. Montaggio: Francesca Calvelli. Musica: Riccardo Giagni. Scenografia: Marco Dentici. Costumi: Sergio Ballo. Suono: Gaetano Carito. Interpreti: Maya Sansa (Chiara), Roberto Herlitzka (Aldo Moro), Luigi Lo Cascio (Mariano), Paolo Bruguglia (Enzo) Pier Giorgio Bellocchio (Ernesto), Giovanni Calcagno (Primo). Produzione: Marco Bellocchio, Sergio Pelone per Film Albatros/Rai Cinema. Distribuzione: 01. Durata: 105'. Origine: Italia, 2003.

Una coppia di giovani sposi visita un appartamento in cui andare ad abitare. In realtà i due appartengono alle Brigate Rosse - li conosceremo in seguito come Chiara ed Ernesto - e stanno cercando il luogo, la prigione in cui detenere il prossimo obiettivo della loro azione rivoluzionaria: il presidente della DC Aldo Moro. Nei giorni che precedono il rapimento viene predisposto il covo che dovrà ospitare il prigioniero, ricavando una cella nascosta dietro una libreria. Il 16 marzo 1978 un commando delle Brigate Rosse rapisce Aldo Moro, sterminando la scorta. Hanno così inizio i tragici giorni della prigionia, scanditi dai farneticanti comunicati delle Br, dalle strazianti lettere di Moro e da una sfiancante, quanto inutile, trattativa con le forze politiche e le autorità di governo. Mariano è il leader, freddo e razionale, che guida i rapitori ed impone la propria logica oltranzista.
Nel gruppo di terroristi che tiene recluso Moro c’è Chiara, giovane bibliotecaria di un Ministero, alla quale è affidato il compito di assistere e di accudire il prigioniero. Continua, però, anche a lavorare in biblioteca e a condurre una vita apparentemente normale col “marito” Ernesto. La prigionia di Moro è segnata dai lunghi interrogatori e dalle estenuanti trattative: Egli scrive e indirizza lettere ai compagni di partito, ai famigliari. Chiara è corteggiata da Enzo, un giovane che frequenta la biblioteca e ha scritto una sceneggiatura sulla vicenda del rapimento. Nel frattempo Chiara inizia ad avere dei ripensamenti sull’operato delle Br. Influenzata da un incontro familiare in cui si ricorda il padre partigiano, si fa largo in lei il senso di colpa. Il raffronto fra il presidente della DC ed i protagonisti della Resistenza la tormenta, e la figura del prigioniero buongiorno notte02che si aggrappa alla vita, pur sapendo che la morte si avvicina, la turba al punto da sognare continuamente un Moro libero, che si aggira indisturbato tra gli scaffali della libreria dell’appartamento. Moro, intanto, scrive un ultimo implorante appello di salvezza al Papa nella vana speranza di ottenere la libertà, ma la direzione esecutiva delle Br conclude il processo, emettendo la sentenza di morte. E’ Mariano che si incarica di darne notizia al prigioniero.  Sono gli atti conclusivi di una tragedia annunciata. I tre brigatisti accompagnano Moro fuori dalla prigione in cui è stato rinchiuso per cinquantacinque giorni. Uno stacco, in un epilogo immaginario, ci mostra Moro libero che passeggia per le strade di Roma. E’ il finale che Chiara ( e il regista) avrebbe voluto scrivere.
 
Punti di discussione: 
1.    Caratteristiche delle Brigate Rosse. Le scene del “processo” celebrato dalle Brigate Rosse contro Aldo Moro smascherano la debolezza e l’assurdità del loro progetto. Ciò che guida i terroristi è una allucinata rappresentazione del mondo, completamente sganciata dalla realtà e priva di qualsiasi fondamento oggettivo (l’illusione di “cambiare tutto con un colpo di pistola”). Alla strutturazione borghese del mondo (“La Sacra Famiglia”, citata in apertura) le Br oppongono non tanto un’idea o un ideale, quanto una speculare e altrettanto terribile visione dogmatica e rituale.
2.    La dimensione onirica. Il film ignora volutamente la ricostruzione minuziosa e documentata degli accadimenti e lo stesso regista dichiara in proposito: “Lo stile del film non è realistico, l’oggetto non è la verità storica, chi c’era dietro ai terroristi o altro. Volevo cercare nell’infedeltà qualcosa che contrastasse l’ineluttabile di quella tragedia, che sono le contraddizioni del personaggio di Chiara”. (dall’intervista a M. Bellocchio, Il Manifesto, 05.09.2003)
3.    Il processo a Moro. Il racconto è attraversato da una forte ambivalenza: da un lato la consistenza reale e tangibile del delitto immondo e criminoso, dall’altro la valenza metafisica e simbolica, magica, del rito sacrificale. Questa scissione è alla base delle grottesche sedute processuali in cui Mariano, incappucciato, cerca inutilmente di estorcere a Moro le prove che possano giustificare pensieri e azioni delle Brigate Rosse (“Devi confessare”, lo incalza).
buongiorno notte014.    Il giudizio storico del regista sul terrorismo. Nel momento centrale del film c’è una scena in cui la mente di Chiara “vede” la messa a morte dei partigiani ad opera dei tedeschi (i partigiani che hanno combattuto la Resistenza erano ritenuti dai terroristi dei padri ispiratori): un “intollerabile” montaggio parallelo accosta la caduta in acqua dei partigiani all’uccisione di Moro. Le vittime di allora ed i carnefici di oggi, una diretta equazione tra Br e nazisti. E’ la presa di posizione più radicale, definitiva ed estrema del regista contro il terrorismo.

Personaggi:
•   Chiara (Maya Sansa). La protagonista filtra con la propria sensibilità l’intera vicenda, a  lei è affidato il compito di vivere il dilemma della liberazione e dell’uccisione di Moro.
•     Aldo Moro (Roberto Herlitzka). E’ rappresentato in modo duplice: un uomo solo che prova paura (la stessa di Cristo prima di essere ucciso, come ricorda lui medesimo) e, nella delirante visione dei carcerieri, l’incarnazione di un concetto astratto, la funzione, l’emblema del potere.

Da considerare:
1.    Origine del titolo. Il titolo Buongiorno, notte viene da una poesia di Emily Dickinson, del 1862 che comincia così: “Good Morning, Midnight / I’m coming home”. Alla fine del film, Aldo Moro, figura paterna della politica italiana, padre del compromesso storico (di un’ipotesi che, in qualche modo, guardava all’Italia come a una specie di grande famiglia, in cui ci si potesse mettere familiarmente d’accordo, quasi tutti), esce per strada come se non fosse stato assassinato e gira per una Roma addormentata, quotidiana, tranquilla. Un finale silenzioso, come a cercar pace, che esprime il desiderio di far accadere ciò che sarebbe potuto essere: Aldo Moro sta “tornando a casa”.
2.    Sostrato socio-politico. Nel 1968 i fermenti in Italia sono tanti: il centro-sinistra attraversa una crisi irreversibile, sorgono schieramenti di “nuova sinistra” che teorizzano forme spontaneistiche di lotta politica e guardano al Terzo Mondo come serbatoio rivoluzionario; il PC vive un travaglio interno e cerca una linea politica non più di opposizione ma aperta al pluralismo; la crisi economica si aggrava; dilaga il terrorismo, sia quello “nero”, di estrema destra, che mira a creare nel paese tensioni da risolvere con svolte autoritarie, sia quello delle Brigate Rosse che dichiarano di battersi “per il comunismo”. Le elezioni (anticipate) del 1972, il referendum per il divorzio del maggio 1974, le elezioni (anch’esse anticipate) del giugno 1976 testimoniano una profonda esigenza di cambiamento del quale la classe dirigente non si dimostra capace. Dopo le elezioni del 1976 due fatti sono da sottolineare: l’ascesa di Craxi nel PSI, che modifica sostanzialmente la fisionomia e la linea politica del partito, e un esperimento di coinvolgimento del PCI nel governo (il “compromesso storico”) che ha inizio lo stesso giorno del rapimento di Moro e si conclude nel dicembre 1979.

Materiali tratti da  Cineforum 429 (novembre 2003) e da Guida al Novecento di Salvatore Guglielmino, Principato, 1998

FILMOGRAFIA
Il caso Moro (Italia, 1986) di Giuseppe Ferrara
Cronaca dei 55 giorni del sequestro e della morte di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, ucciso dalle Brigate Rosse: il grottesco di via Gradoli, le vili interpretazioni delle lettere, l'inefficacia dei servizi, le mene della P2, il partito della fermezza. G.M. Volonté dà l'acqua della vita a questo film-requisitoria schematico e rigido, facendo emergere la dignità di Aldo Moro, ma anche, in chiave di dolente malinconia, la forza. La parte del carcere è la più riuscita. Costruito quasi tutto sui 2 processi e sugli atti della commissione parlamentare, oltre che sul libro I giorni dell'ira di Robert Katz che l'ha anche sceneggiato con Armenia Balducci. [recensione da “Il Morandini - Dizionario dei film”, Zanichelli]
Romanzo criminale (Italia, 2005) di Michele Placido
Quindici anni (1977-92) di storia italiana che hanno al centro una banda di malavitosi romani le cui azioni criminali s'intrecciano con terrorismo politico, cultura mafiosa, poteri deviati dello Stato. Dal libro (2004) omonimo di Giancarlo De Cataldo, anche cosceneggiatore con Sandro Petraglia, Stefano Rulli e M. Placido. È il miglior film italiano di genere (gangster) dei primi anni Duemila e il più riuscito di Placido regista, non a caso ex poliziotto, benché – o proprio perché – diretto su commissione. Ritmo alacre, sapiente scansione drammaturgica in 3 parti (migliore la 1ª, forse) con smagliature sentimentali e forzature didattiche; un formidabile reparto di attori (P. Favino sopra tutti) e 2 figure femminili in bilico sullo stereotipo per eccesso di simmetria; un'efficace e addomesticata lingua romanesca sulla scia del cinema di Pasolini e dei fratelli Citti; una fotografia caravaggesca (Luca Bigazzi) sui primi o ravvicinati piani per rimediare ai pochi mezzi di rievocazione dell'epoca. Non ha torto chi ne indica il modello in Quei bravi ragazzi di M. Scorsese. Si può contestarne l'infedeltà storica (la storia è ispirata a quella della banda della Magliana), ma non la volontà di dare un'interpretazione crudele e rischiosa di quest'epopea criminale. È un film “che pretende valore autonomo e il cui significato sta nella capacità di raccontare e di emozionare, e anche di immaginare e supporre.” (R. Escobar). [recensione da “Il Morandini - Dizionario dei film”, Zanichelli]
baader03Titolo originale: Der Baader Meinhof Komplex. Regia: Uli EDel. Soggetto: dal libro "Der Baader Meinhoff Komplex" di Stefan Aust. Sceneggiatura: Bernd Eichinger, Uli Edel. Fotografia: Rainer Klausmann. Montaggio: Alexander Berner. Musica: Peter Hinderthur, Florian Tesslof. Scenografia: Bernd Lepel. Costumi: Birgit Missal. Interpreti: Martina Gedeck (Ulrike Meinhof), Moritz Bleibtreu (Andreas Baader), Johanna Wokatek (Gudrun Ensslin), Bruno Ganz (Horst Herold) Simon Licht (Horst Mahler), Jan Josef Liefers (Peter Homann), Alexandra Maria Lara (Petra Schelm), Heino Ferch (l'assistente di Horst Herold), Nadja Uhl (Brigitte Mohnhaupt), Hannah Herzsprung (Susanne Albrecht), Niels-Bruno Schmidt (Jan Carl Raspe), Stipe Erceg (Holger Meins), Daniel Lommatzsch (Christian Klar), Vinzenz Kiefer (Peter-Jurgen Boock), Volker Bruch (Stefan Aust), Eckhard Dilssner (Horst Bubeck), Bernd Stegermann (Hanns Martin Schleyer), Tom Schilling (Josef Bachmann). Produzione: Bernd Eichinger per Constantin Film Produktion/Nouvelles Editions de Films/G.T. Film Production. Distribuzione: Bim. Durata: 150'. Origine: Germania/Francia/Repubblica Ceca, 2008.

Germania Federale, anni Settanta. La democrazia tedesca, con pochi anni alle spalle, già trema per la dilaganate ondata di terrorismo che ne mina le fondamenta. I rivoluzionari individuano nell'imperialismo americano il nuovo fascismo da combattere: i dissidenti Andrea Baader e Gudrun Ensslin, insieme alla giornalista Ulrike Meinhof, fondano uno dei nuclei più estremisti che il terrorismo occidentale ricordi. Si renderanno responsabili di numerose azioni, rivendicate sotto la famigerata sigla Raf, ma le loro gesta costeranno a loro la libertà e alla storia un raggelante sacrificio di vite umane.

 Punti di discussione:
1. Caratteristiche del terrorismo tedesco degli anni Settanta: si inizia per lottare, perché “lanciare una pietra è reato, ma lanciarne molte è azione politica”; si finisce, rispetto a quella foga, per rimanerne schiavi, erosi, confusi.
2. Come guardare un film sugli “Anni di piombo”, più di trent’anni dopo? Cosa vogliono farci vedere Uli Edel e Bernd Eichinger? Si tratta di una ricostruzione cronachistica e conclusiva, o ramificata e aperta?
3. La prospettiva adottata: come nasce, brucia e deteriora una piega, un’increspatura della Storia, e cosa succede al vettore attraverso cui ciò si consuma.

 baader01Personaggi:
- Horst Herold (Bruno Ganz). Questo personaggio è fondamentale per fornire una chiave di interpretazione al film: è lui a fornire allo spettatore le coordinate in cui iscrivere la sperimentazione dell’universo Raf, è lui a radiografarne l’apparato, a grattarne la superficie, adottando come prioritaria l’indagine circa le sue motivazioni storiche (la catarsi postnazismo, i legami con le cellule arabe), focalizzando l’attenzione sui meccanismi, sulle dinamiche, sul significato intrinseco del suo apparato, ancor prima di promuoverne la radicale e intransigente messa al bando. E’ lui a dettare i tempi di partecipazione al film e ai suoi personaggi, evitando, rispetto a questi ultimi, l’immedesimazione empatica dello spettatore; è lui a spiegare, da nemico, che coloro contro cui combatte non sono solo corpi armati, ma idee, simboli, che quei corpi li hanno eletti a portavoce. Così prima smitizza la parabola eroica dei reazionari, smantellando la celebrazione e l’alone di martirio cui il registro dell’opera, a tratti, era sembrato tendere; poi apre la strada per una lettura umanizzata dei carnefici che tiene banco nella parte conclusiva – quella della reclusione – quando Baader, Ensslin e soprattutto Meinhof vivono da funamboli la loro condizione di respinti, arrancando tra lo statuto di persone e quello di pedine, di menti e di strumenti, di registi e spettatori, che, impotenti, si smarriscono in un vortice creato da essi stessi.
 
- Ulrike Meinhof (Martina Gedeck). Giornalista e terrorista tedesca, co-fondatrice del gruppo terroristico tedesco-occidentale di estrema sinistra Rote Armeee Fraktion. Il 14 maggio 1970 aiutò il terrorista e rapinatore Andreas Baader a evadere dalla prigione; questa azione venne considerata la sua prima azione e l'inizio della Rote Armee Fraktion (RAF), di cui, durante la clandestinità, elaborò il documento programmatico. Catturata il 15 giugno 1972 nelle vicinanze di Hannover, fu condannata il 29 novembre 1974 a 8 anni di prigione per l'attentato con esplosivo alla casa editrice Axel Springer Verlag, avvenuto ad Amburgo nel 1972. Durante il processo che l'avrebbe presumibilmente condannata al carcere a vita, fu trovata morta, il 9 maggio 1976, impiccata alle sbarre della finestra della sua cella.
 
Da considerare:
1. Riferimenti culturali. Il titolo del film è tratto dal libro “Der Baader Meinhof Complex” di Stefan Aust, convinto sostenitore del suicidio collettivo dei componenti della banda. Uli Edel e Bernd Eichinger, coautori del film, sposano questa versione di una storia alquanto controversa.baader02
2. Sostrato socio-politico. La RAF (Rote Armee Fraktion) era un'organizzazione terroristica di ispirazione marxista-leninista, collegata alla più radicale estrema sinistra tedesco-occidentale. Fondata il 14 maggio 1970 da Andreas Baader e Ulrike Meinhof, attiva fino al 1993 e formalmente disciolta nel 1998, dai media era anche chiamata Banda Baader Meinhof, dal nome dei suoi principali attivisti. La sua linea strategica era, più di quella del terrorismo italiano, prevalentemente internazionalistica, nel senso che si collegò subito strettamente con i movimenti terroristici palestinesi, dai quali ottenne armi e addestramento in cambio di basi logistiche in Germania.
 
Materiali tratti da Cineforum 480 (dicembre 2008)
 
FILMOGRAFIA
Germania in autunno (Germania, 1978) di Rainer Werner Fassbinder, Volker Schlöndorff, Alexander Kluge, Bernhard Sinkel, Edgar Reitz, Alf Brustellin, Hans Peter Cloos, Maximiliane Mainka
Radiografia collettiva della Germania nell'autunno 1977 dopo il sequestro e l'uccisione dell'industriale Hans-Martin Schleyer; il dirottamento di un Boeing della Lufthansa a Mogadiscio con l'intervento di reparti specializzati che liberano gli ostaggi; la morte, nel carcere di Stammheim, dei terroristi Andreas Baader, Gudrun Esslin, Jan Carl Raspe e Ulrike Meinhof. Realizzato a ridosso della cronaca e già pronto nel febbraio 1978, mescola spettacolo e ideologia, analisi critica e indignazione civile, finzione e documentario. I racconti simbolici o metaforici si alternano con le testimonianze di taglio documentario. Per i temi che affronta – terrorismo, involuzione dello stato di diritto, crisi della sinistra, comportamento dell'opinione pubblica – riguarda anche gli italiani. Mandato in onda su RAI2 nel 1980. [recensione da “Il Morandini - Dizionario dei film”, Zanichelli]
Anni di piombo (Germania, 1981) di Margarethe Von Trotta
Figlia di un pastore protestante, la terrorista Marianne muore in carcere in circostanze dubbie; sua sorella Juliane, progressista e femminista, indaga sulla sua morte, dopo averne preso in custodia il figlioletto. Su un tema che le è caro (il rapporto tra due sorelle), Trotta ha fatto un film di alta tensione morale il cui tema centrale non è tanto il terrorismo nella Germania Federale quanto la presenza del passato e la rimozione che ne hanno fatto i tedeschi per cancellare i loro sensi di colpa. Nella collisione tra il “dentro” privato e commosso di questo rapporto e il “fuori” accidentato della Storia trova momenti in cui etica ed estetica, passionalità e dialettica, commozione e lucidità coincidono senza neutralizzarsi. Ispirato alla storia vera di Christiane Ensslin e di sua sorella Gudrun che nel '77, dopo quattro anni di carcere, trovò la morte per impiccagione nel carcere di Stammheim. Leone d'oro alla Mostra di Venezia. [recensione da “Il Morandini - Dizionario dei film”, Zanichelli]
Il silenzio dopo lo sparo (Germania, 2000) di Volker Schlöndorff.
Ucciso un poliziotto, Rita Voight, terrorista tedesca, si rifugia nella RDT dove, con la copertura della Stasi (polizia segreta), comincia una nuova vita. La caduta del Muro di Berlino crolla addosso anche a lei. La parentesi hollywoodiana ha giovato a V. Schlöndorff. In questo film, scritto con Wolfgang Kohlhaase, rievoca il fenomeno del terrorismo tedesco da un'angolazione nuova con onestà d'approccio, finezza nei particolari, affetto per i personaggi, rispetto critico per il loro idealismo rivoluzionario, e un apprezzabile sforzo, non privo di ironia, di evitare ogni manicheismo nella descrizione della vita della Germania dell'Est. Con il suo magnetismo romantico la bruna B. Beglau gli dà l'acqua della vita. Orso d'argento al Festival di Berlino 2000 a B. Beglau e N. Uhl. Premiato ai festival di Riga, Bitola (Macedonia) e Denver. Titolo inglese: The Legend of Rita. [recensione da “Il Morandini - Dizionario dei film”, Zanichelli]

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