La grande guerra

grande guerraRegia: Mario Monicelli. Soggetto e Sceneggiatura: Age, Furio Scarpelli, Luciano Vincenzoni, Mario Monicelli. Fotografia: Giuseppe Rotunno, Roberto Gerardi, Leonida Barboni (bianconero). Musica: Nino Rota. Montaggio: Adriana Novelli. Scenografia: Mario Garbulli. Costumi: Danilo Donati. Interpreti: Vittorio Gassman, (Giovanni Busacca) Alberto Sordi (Oreste Jacovacci), Silvana Mangano (Costantina), Folco Lulli (Bordin), Romolo Valli (il tenente Gallina), Bernard Blier (il capitano Castelli, detto Bellotondo). Produzione: Dino De Laurentiis Cinematografica/Gray Film. Distribuzione: De Laurentiis. Durata: 142'. Origine: Italia-Francia, 1959.
Premi: Mostra di Venezia, 1959, Leone d’oro ex aequo; Nastro d’argento, 1959, interpretazione maschile (Sordi) e scenografia; Academy Awards, 1960, Nomination per il film straniero; David di Donatello, 1960, interpretazione maschile (Sordi e Gassman) e produzione.

Fronte italiano, 1915-18. Giovanni Busacca, milanese, e Oreste Jacovacci, romano, sono diventati amici al fronte, uniti dalla medesima scarsa propensione al combattimento e preoccupati esclusivamente di salvare la pelle. Catturati dagli austriaci nel corso di una missione che sembrava inizialmente priva di rischi, i due vengono minacciati di morte, qualora non forniscano preziose informazioni. Stanno per cedere, quando di fronte al disprezzo mostrato dall'ufficiale che li interroga nei confronti degli italiani, in un sussulto di amor proprio e patrio, decidono di tacere finendo per essere fucilati.

La grande guerra è il primo film italiano che affronta l'argomento del primo conflitto mondiale, depurandolo dalla greve retorica patriottica dei lavori che l'hanno preceduto (e questo comportò all'epoca dell'uscita della pellicola qualche problema con la censura). Se fino a quel momento, insomma, i soldati italiani in guerra erano stati presentati immancabilmente come valorosi eroi disposti al sacrificio per la patria, Oreste e Giovanni appartengono decisamente ad un'altra categoria. Incarnazione di un'arte di arrangiarsi che la commedia all'italiana di quel periodo considerava (a torto o a ragione può essere argomento di discussione) uno dei tratti caratteristici dell'italianità, essi sono due antieroi che, pur facendosi portatori di evidenti tratti di cialtroneria e vigliaccheria, riscuotono la simpatia del pubblico per la carica di umanità che comunicano.
Più articolata la posizione del film relativamente al giudizio sulla guerra, che viene sì presentata in tutta la sua crudezza di evento tragico che coinvolge una massa di italiani (la pluralità di parlate regionali sottolinea la valenza delle trincee come luogo di incontro di diverse culture locali) sostanzialmente poco coinvolti dalle motivazioni di fondo del conflitto, ma che è, comunque, riconsegnata nella sua dimensione tradizionale di gloriosa e vittoriosa epopea nazionale (pensiamo all'enfasi messa sulla battaglia finale che si conclude con la ritirata dei nemici o all'idea che la morte eroica dei due protagonisti li riscatti dalla codardia precedente).
La grande guerra, insomma, pur essendo stato all'epoca a suo modo coraggioso e innovativo, non è un film antimilitarista, almeno nel senso di ben più radicale critica alla guerra ed alla sua logica di altre opere italiane successive (per quel che concerne il Cinema straniero, basti pensare che film come All'ovest niente di nuovo e Westfront sono degli anni trenta).
I canoni della commedia all'italiana vengono applicati con accurata precisione al genere storico. Sullo sfondo di un grande scenario reale (le trincee e le retrovie del fronte italiano '15-'18), ricostruito con filologica aderenza, si innesta la vicenda personale (frutto di invenzione degli sceneggiatori) di due italiani qualunque che, alle prese con un evento di grandiosa tragicità, cercano di barcamenarsi alla meno peggio. La dimensione privilegiata diventa così quella della tragicommedia sul tono della ballata popolare (le strofe della canzone di guerra che scandiscono i capitoli della storia), nella quale il gusto per la comicità spesso sconfinante nel macchiettismo (quante maschere regionali ci sono nel film!) si mescola a cadenze di patetismo sentimentale (il bel gesto nei confronti della moglie di Bordin) e a squarci di tragica intensità (i bagliori del combattimento notturno e la desolazione del dopo-battaglia, la fucilazione finale di Oreste e Giovanni).
Il merito di Monicelli è di riuscire a trapassare da un registro all'altro con fluidità quasi impercettibile, tenendo sempre in vibrazione le corde del coinvolgimento emotivo dello spettatore, spinto più verso un processo di identificazione con i protagonisti che ad una seria riflessione sugli eventi storici cui assiste e, ancor meno, sull'essenza brutale e disumana della guerra. Quel che il film guadagna nel senso dello spettacolo popolare e di ampio consumo (e sia detto senza nessuna accezione negativa) perde sul piano dell'analisi storica e sociale (molto Cinema politico italiano del decennio successivo invertirà questo rapporto e difficilmente con risultati estetici migliori).

Fonti: www.pacioli.net
         Ivana Delvino, I  film di Mario Monicelli, Gremese

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