Progetto cineforum

inside job grandeRegia: Charles Ferguson. Interpreti: Matt Demon. Durata: 120 minuti. Origine: USA, 2010. 


Premio Oscar al miglior documentario, “Inside Job” è la cronaca del crudo risveglio di un sistema che si credeva invincibile, capace di convertire tutto e tutti alla religione del profitto senza freni, il racconto, come se fosse un giallo, dell’assassinio dell’economia mondiale. E l’elenco dei colpevoli è lungo e doloroso, così come la lista dei politici e dei manager che, in ossequio alle leggi di Wall Street, si sono rifiutati di rispondere alle domande del regista.

Con un rigore da far invidia a Cartesio, Ferguson ha ricostruito la ragnatela di responsabilità e di interessi che hanno portato alla più grave crisi economica dal 1929 e che ha rischiato di mettere sul lastrico l’economia di tutto il mondo. Si comincia con quella islandese che nel 2008 ha mandato in bancarotta un intero stato (la Febbre speculativa importata da Wall Street aveva spinto le banche locali a indebitarsi per un valore di dieci volte superiore al prodotto interno lordo) e si arriva fino alle recentissime audizioni dei manager Goldman Sachs davanti alla commissione del Senato americano. In mezzo, per quasi due ore, la ricostruzione di come la finanza ha speculato e di fatto ingannato (di questo sono accusati i responsabili della Goldman Sachs) migliaia di risparmiatori in tutto il mondo. Ma a mettere davvero più paura di un film horror sono soprattutto le responsabilità e le complicità di chi, quelle speculazioni, avrebbe dovuto contrastarle e combatterle e invece le ha - a volte spudoratamente - favorite. Il film, però, non prende mai la “strada Michael Moore”, evita accuratamente l’ironia, non si fa scudo dietro a nessuna certezza ideologica: fa parlare i protagonisti e soprattutto sa fare le domande giuste. Senza reticenze o falsi pudori. Ci sono gli “accusatori”, come certi economisti e certi politici (c’è anche Eliot Spitzer, che prima di dover dare le dimissioni per uno scandalo sessuale dalla carica di governatore di New York aveva cercato di fare luce sulle banche d’investimento e sui loro metodi), ci sono i “testimoni eccellenti” (come il ministro delle Finanze francese o il presidente del Fondo monetario internazionale) e ci sono i tanti difensori della deregulation (voluta da Reagan ma confermata da tutti i suoi successori) che finiscono per balbettare o chiedono stizziti di interrompere l’intervista quando Ferguson li incalza sui loro “conflitti d’interesse”: chi ha esaltato la stabilità dell’economia islandese senza dire che era stato pagato dalla Camera di commercio di quello stato, chi nasconde i propri (lauti) guadagni come consulente della banche d’affari, chi trova “normale” che i corsi universitari che teorizzano l’assenza di controlli siano pagati da chi, di quella deregulation, trae i vantaggi maggiori… Senza mai voler essere protagonista, ma senza dimenticare il suo dovere di scavare a fondo, Ferguson costruisce un bel film che non ha momenti di pausa, non dimentica le regole del montaggio e il piacere dell’occhio, ma che soprattutto non abdica al dovere di usare il cinema per colloquiare con l’intelligenza del pubblico.
                                                                                                              Fonte: Paolo Mereghetti, Corriere della Sera, 17 maggio 2010

welcome grandeRegia: Philippe Lioret. Sceneggiatura: Philippe Lioret, Emmanuel Courcol, Olivier Adam. Fotografia: Laurent Dailland. Montaggio: Andréa Sedlackova. Scenografia: Yves Brover. Costumi: Fanny Drouin. Musica: Nicola Piovani, Wojciech Kilar, Armand Amar. Interpreti: Vicent Lindon (Simon), Firat Ayverdi (Bilal), Audrey Dana (Marion), Derya Ayverdi (Mina). Produzione: Christophe Rossignon, Philippe Boëffard, Ève Machuel per Nord-Ouest Film/Studio 37/France 3 Cinéma/Mars Films/Fin Août Productions/Canal+/Cinécinéma. Distribuzione: Teodora Film. Durata: 110 minuti. Origine: Francia, 2009.

 

Bilal, un ragazzo curdo di diciassette anni fuggito dal suo paese, arriva al porto di Calais con l’intenzione di raggiungere l’Inghilterra. A Londra infatti vive Mina, la ragazza di cui è innamorato e che vuole sposare, anche se la famiglia di lei è ostile. Si nasconde con altri clandestini in un camion, ma vengono scoperti e bloccati dalla polizia. A Calais, Bilal scopre una piscina comunale e paga Simon, un istruttore di nuoto, perché gli dia delle lezioni. Bilal, infatti, progetta di allenarsi per oltrepassare la manica a nuoto. Simon, dal canto suo, provato dalla dolorosa separazione dalla moglie Marion, decide di aiutare Bilal, offrendogli vitto e ospitalità. Così facendo, si mette nei guai con la polizia, dato che la’rticolo di una legge recente punisce con pesanti sanzioni chiunque fornisca soccorso agli immigrati clandestini. Quando Bilal apprende che la famiglia di Mina ha già combinato un matrimonio contro la volontà della ragazza, decide di rompere gli indugi e tentare la sorte.

La prima parte di Welcome aderisce totalmente alla condizione dei clandestini ammassati a Calais (il pagamento della tariffa al racket dei “passatori”, l’insinuarsi di nascosto in un camion, il sacchetto di plastica infilato in testa per impedire ai rilevatori di scoprire il respiro, le violenze latenti fra gli stessi clandestini e le umiliazioni inflitte dai poliziotti). E’ un mondo crudelmente precario, mostrato dall’interno nella concretezza di azioni e oggetti (la fotografia di Mira, la ragazza amata da Bilal, oggetto degli apprezzamenti dei poliziotti; sacchetti di plastica nera che evocano i desaparecidos). Ma, in un clima così cupamente persecutorio, esistono anche i volontari che distribuiscono cibo nei dintorni del porto. Poi Lioret sposta la narrazione su un uomo qualunque, un maestro di nuoto, che ha alle spalle una vita di rinunce - prometteva di diventare un atleta a livello agonistico - e fallimenti nel privato - la moglie Marion, volontaria delle associazioni umanitarie, ha deciso di divorziare e Simon, per quanto ne soffra, non ha fatto nulla per impedirlo. I motivi della rottura con Marion non sono chiariti, ma si intuiscono dall’attitudine indifferente e remissiva di Simon quando assiste con lei a un episodio di brutalità poliziesca contro alcuni immigrati in un supermercato. Simon è un uomo passivo e rinunciatario, come tanti. Il suo interesse per Bilal, sulle prime, è motivato dalla volontà meschina e patetica di fare colpo sull’ex moglie, e infatti Simon ostenta con Marion i primi atti di generosità compiuti verso il ragazzo (atti che, all’inizio, non sono privi di insofferenze e sospetti, anche fondati, verso i clandestini). La trasformazione di Simon, da esponente della maggioranza silenziosa a individuo cosciente dell’iniquità della legge, avviene lungo il crescendo del suo confronto con l’audacia adolescenziale di un giovane che rischia la vita per una passione. Un confronto che, come Lioret lascia intravedere con efficacia, offre anche un affetto sostitutivo a un uomo che potrebbe essere il padre di Bilal e che soffre la solitudine dell’abbandono. Gli scompensi privati rendono al tempo stesso Simon più vulnerabile e, quindi, più disponibile ad avventurarsi in una scelta difficile e rischiosa com’è quella di infrangere la legge. Questa dinamica è anch’essa calata dal regista in dinamiche concrete, e non nello psicologismo: in luoghi eloquenti, come l’appartamento vuoto di Simon (attorniato da vicini dal buon senso pacificamente razzista, con l’ipocrisia della scritta «Welcome» sullo zerbino), la piscina come palestra di una pedagogia inutile, il porto come frontiera inaccessibile, la spiaggia di Blériot come spazio aperto su un’illusione ingenua e suicida. Alla brutale ottusità delle repressioni poliziesche corrisponde, come un’eco, l’intransigenza disumanaa del padre di Mina e il clima plumbeo di quella casa povera e coatta, a Londra, rotto da telefonate furtive della ragazza a Bilal. Liorel, però, non ha voluto scadere nel manicheismo e mostra il volto del tenente di polizia come una maschera dove la stanchezza e la nausea si sono confuse nell’obbedienza. L’immagine che, da sola, condensa il senso del film, è quella funebre distesa di mare scuro e gelido dove Bilal nuota, fasciato nella sua muta nera. Il mare è una presenza ricorrente nel cinema di Lioret (dal faro in miniatura di Mademoiselle alle coste bretoni di L’équipier, fino alla spiaggia di Saint-Aubin-sur-Mer in Je vais bien, ne t’en fais pas). Ma in Welcome il mare diviene un’immagine tragica, una dimensione di inabissarnento e cancellazione.

the cove grandeRegia: Louie Psihoyos. Durata: 92 minuti. Origine: USA, 2009.

 

“The Cove”, Oscar 2010 per il miglior documentario, nasce dalla trentennale esperienza di Richard O’Barry, un ex addestratore di delfini diventato uno dei più impegnati attivisti di tutti i tempi. E’ un’indagine serrata e mozzafiato sull’industria della sofferenza che uccide o rende schiavi ogni anno migliaia di delfini in nome del’interesse economico e della stupidità umana.

 

Era giovane, aveva un lavoro molto glamour e una Porsche. Ma quando l'amata Kathy gli morì fra le braccia, Ric O' Barry capì che avrebbe dovuto lasciare per sempre a bordo piscina cerchi e bacchette, i suoi strumenti da addestratore di piccoli cetacei. Kathy era una femmina di delfino che, depressa da un vita in gabbia, si era lanciata fuori dalla vasca per suicidarsi, trattenendo il respiro. Ed era anche uno dei delfini che lui, a partire dagli anni Sessanta, aveva catturato per farli recitare nella serie tv "Flipper" o per "liberarli" nelle vasche dei parchi acquatici, dove avrebbero fatto divertire i bambini con le loro acrobazie. Dal giorno della morte di Kathy Ric O' Barry ha iniziato a impegnarsi per il boicottaggio dei parchi acquatici, tagliando le reti delle loro gabbie da Haiti al Brasile e scrivendo libri. L'Onu, nel 1991, gli ha conferito un premio per l'impegno ambientale. In seguito tutte le sue energie si sono concentrate intorno a una tremenda scoperta: quella di "The Cove", una placida laguna sulle coste di Taiji, in Giappone, al centro di un parco nazionale, punto di incontro fra i delfini e luogo dove ogni anno, per sei mesi, si danno appuntamento i cacciatori di cetacei, pescatori e acquirenti occidentali pronti a sborsare anche 150 mila dollari per aggiudicarsi un delfino da portare nelle loro megapiscine. I giapponesi catturano illegalmente 23mila delfini l'anno, appellandosi alla legislazione della International Whaling Commission che consente la pesca - limitata - dei piccoli cetacei. Quasi la metà dei delfini che vivono in gabbia, però, muore nel giro di due anni: in libertà nuotano per più di 40 km al giorno e scendono anche a 100 metri di profondità. Se l'idea è stata di O'Barry, la regia è di Louie Psihoyos, uno dei più apprezzati fotografi naturalistici, inserito da Fortune fra i dieci migliori del mondo. I due si incontrarono a un convegno sui mammiferi marini, e quando Psihoyos si accorse che lo sponsor dell'evento aveva bloccato l'intervento di O'Barry, volle capire chi fosse quel personaggio. Da quel primo incontro, nel giro di un anno è stata messa insieme una produzione degna della Hollywood più ricca, capeggiata da Paula DuPre (quella della saga di Harry Potter, per intenderci) e con padrini come Steven Spielberg e George Lucas. Sponsor principale dell'impresa, la Ocean Preservation Society di Jim Clark, professore di Stanford nonché uno dei creatori di Netscape. Anche la squadra di Ric e Louie non ha nulla da invidiare ai team d'assalto: cameraman subacquei, biologi marini, anche cacciatori di tesori sommersi, ribattezzati "Ocean's eleven", gli undici dell'oceano, sulla scia dei film di Steven Soderbergh con George Clooney. Nella baia circondata da alte colline è vietato entrare, ma con appostamenti notturni, telecamente nascoste, elicotteri telecomandati, software di ripresa video avanzatissimi e immersioni clandestine, gli ocean's eleven sono riusciti a rubare le immagini della cattura dei delfini, farne vedere i metodi, come i sistemi di onde magnetiche che generano panico nei mammiferi perché annullano il sistema sonar con il quale comunicano, ma anche fiocine e ganci.
Con il loro misto di poesia e terrore quelle immagini hanno fatto saltare sulle poltrone gli spettatori, ma hanno anche scalfito il governo di Tokyo, che infatti ha bloccato un programma per fare entrare nel menù delle mense scolastiche la carne di delfino. Un primo risultato che rende molto fieri O'Barry e i suoi, visto che il governo giapponese ha cercato di nascondere all'opinione pubblica che la carne di delfino è fra le più contaminate dal mercurio. Ma al Tokyo Film Festival il film, guarda caso, non è stato accettato.         

                                                                                                                                                   Fonte: www.luxury24.ilsole24ore.com

ospite inatteso grandeTitolo originale: The Visitor. Regia e sceneggiatura: Thomas McCarthy. Fotografia: Oliver Bokelberg. Montaggio: Tom McArdle. Musica: Jan A.P. Kaczmarek. Scenografia: John Paino. Costumi: Melissa Toth. Interpreti: Richard Jenkins (Walter Vale), Haaz Sleiman (Tarek Khalil), Danai Jekesai Gurira (Zainab). Produzione: Michael London, Mary Jane Skalski per Groundswell Production/Next Wednesday Productions/Participant Production. Distribuzione: K5 International. Durata: 104 minuti. Origine: Usa, 2007.

 

Walter Vale è un docente di economia ormai non più giovane e senza grossi entusiasmi. Vedovo da tempo, si trascina tra lezioni sempre uguali, infastiditi colloqui con studenti e stanchi insegnamenti di pianoforte che tentano di mitigare la nostalgia della moglie, celebre pianista. Costretto dall’università del Connecticut in cui lavora a recarsi a New York per presentare un saggio che ha firmato con una collega, pur non avendolo scritto, Walt trova abitato abusivamente da una coppia di immigrati clandestini l’appartamento newyorkese che non occupava da tempo. I due, il siriano Tarek e la senegalese Zainab, hanno subaffittato la casa da un certo Ivan, ignari di chi fosse il vero proprietario. Dopo l’iniziale sorpresa, Walt non se la sente di lasciarli in mezzo ad una strada, per cui concede loro di trascorrere ancora qualche giorno nell’abitazione, in attesa che essi trovino una sistemazione definitiva. La convivenza però avvicina il taciturno Walt al vitale Tarek, il quale introduce il maturo professore al suono dello djembé, il tamburo africano. Un giorno, di ritorno da una session in Central Park, tarek è arrestato dalla polizia dopo un banale controllo, sotto gli occhi impotenti di Walt. Insospettita dal silenzio telefonico del figlio, giunge a New York anche la madre di Tarek, Mouna, residente nel Michigan. Per evitare che il figlio sia espulso dagli Stati Uniti Mouna si reca con Walt da un avvocato. Tarek, intanto, soffre la prigionia e la condizione di trovarsi recluso senza aver commesso alcun crimine, ma l’impegno di Walt e Mouna si scontra con le rigide leggi sull’immigrazione seguite all’attentato dell’11 settembre.

Tom McCarthy, sceneggiatore e regista di grande sensibilità, decide di affrontare in modo trasversale il tema del rapporto con l’altro in una New York dove le norme per la sicurezza rischiano, pur nella loro necessità, di trasformarsi in imposizioni cieche e disumane. Al centro della pellicola, però, non sono direttamente le «vittime» del sopruso, ma un uomo, il professor Walter Vale, che la morte della moglie e troppi anni di ripiegamento su sé stesso hanno allontanato dalla vita e dal rapporto con il prossimo (straordinariamente eloquente la scena dell’incontro con il vicino benintenzionato, che Walter liquida con una cortesia raggelante). Per lui imbattersi nell’anomala e positiva coppia di immigrati illegali formata dal siriano (ma di origine palestinese) Tarek, musicista dal sorriso contagioso, e da sua moglie Zainab, senegalese creatrice di gioielli fatti a mano, è l’occasione per rinunciare all’isolamento in cui si è rinchiuso e tentare un lento, ma inarrestabile, ritorno alla vita, che passa attraverso la musica. Attraverso gli occhi dei suoi «ospiti inattesi» Walter riprende anche possesso della sua città, una New York luminosa e bella in cui la convivenza sembra assolutamente possibile e la superficialità di tanti «indigeni» (come la ricca signora che crede che Città del Capo si trovi in Senegal…) in fondo perdonabile. A spezzare il ritmo in cui Walter si è lasciato trascinare, però, arriva, imprevedibile e «ingiusto», l’intervento della polizia che ferma Tarek forse solo per il suo aspetto mediorientale. È solo allora che Walter scopre che lui e Zainab sono illegali e perciò a rischio di espulsione. Con un passo avanti nell’amicizia che gli richiede un impegno più profondo, Walter si impegnerà per cercare di ottenere la liberazione di Tarek, con un incentivo in più quando alla sua porta compare Mouna, la madre del suo amico, una donna forte e volitiva con cui si crea quasi da subito un rapporto profondo e autentico. L’autore evita la trappola di soffermarsi sulle brutture del sistema di detenzione in cui è caduto Tarek (che in effetti, pure agli occhi di Mouna, pare ben diverso dal carcere dove era stato suo marito finendo per morirne), ma ne sottolinea la asettica ottusità nel gestire vicende umane che chiedono di non essere guardate solo come emergenze per la sicurezza. Così McCarthy si concentra soprattutto sullo sguardo e sui movimenti interiori di Walter, ri-trascinato nella vita per scoprire la bellezza, ma anche la sofferenza, che l’uomo trova finalmente il coraggio di affrontare. Perché, suggerisce McCarthy con la sua storia, senza coinvolgimento non ci può essere possibilità di felicità, anche se questa può essere continuamente messa a rischio. Perché senza coinvolgimento non è neppure possibile affrontare un discorso serio e partecipe sulle questioni delicate e complesse che la fragilità della nostra società (che si scopre specie negli Usa non più così aperta) rende fondamentali.
                                                                                                                                            Fonti: Cineforum n° 481, p. 42; mymovies.it

usa vs john grandeTitolo originale: The U.S. vs. John Lennon. Regia: David Leaf, John Scheinfeld. Interpreti: John Lennon, Yoko Ono. Durata: 99 minuti. Origine: Usa, 2006.

 

Il titolo sembra, ma non è enfatico. Dalla fine degli anni '60, con l'aiuto dell'FBI, il presidente repubblicano Richard Nixon e i suoi più stretti collaboratori lo considerano una pericolosa calamita del voto giovanile nelle elezioni del 1972. Come tale lo trattano, cercando con ogni mezzo di diffamarlo e di espellerlo. Arricchito da materiali inediti provenienti dall'archivio privato di Yoko Ono, il documentario è intanto un appassionato ritratto ritratto biografico del cantante e chitarrista inglese J. Lennon (1940/8-12-1980), dall'infanzia già ribelle fino alla morte violenta. Concentrato nel decennio 1966-76, è poi una testimonianza su un periodo della storia interna degli USA che dà voce e immagini “all’America non integrata, alla volontà di antagonismo di chi non si riconosceva nell'amministrazione (prima di Johnson, poi di Nixon) impegnata a giustificare la propria presenza in Vietnam e il proprio interventismo guerrafondaio” (F. Pedroni). La struttura del film è tipica del documentario made in USA: materiale d'archivio montato con interviste. Vi prendono la parola gli attivisti radicali Angela Davis e Bobby Seale, i giornalisti Walter Cronkite e Carl Bernstein (quello del Watergate), il reduce pacifista Ron Kovic (Nato il 4 luglio), gli scrittori Gore Vidal e Noam Chomsky, i politici George McGovern, tre volte candidato democratico sconfitto alla presidenza, il governatore dello Stato di New York Mario Cuomo, funzionari dell'amministrazione Nixon e il ringhioso Edgar  G. Hoover, potente capo dell'FBI. Su tutti svetta il carisma di Lennon con le sue canzoni e l'accanita battaglia pacifista non violenta: Give Peace a Chance.

Un documentario che è insieme inchiesta giornalistica e ricostruzione storica. E se la prima ricostruisce passo dopo passo, grazie anche alla testimonianza dell’avvocato difensore Leon Wildes, la lotta durata cinque anni per evitare a John Lennon il processo di espulsione e fargli avere la Green Card, portando alla luce le tante contraddizioni e idiosincrasie della giustizia statunitense, è la ricostruzione storica di quegli anni a lasciare maggiormente il segno. E non solo per i filmati mai visti in questa ampiezza della luna di miele musical- pacifista di Lennon e moglie. O per la straordinaria efficacia della sua dialettica nel difendere i meriti e farsi carico dei limiti delle sue canzoni e dei loro messaggi. L’effetto emotivamente più forte il film lo raggiunge quando sa trasmettere, attraverso le immagini e le canzoni, la forza di un movimento che ha saputo intrecciare spirito libertario e contestazione politica, aspirazioni utopiche e rivendicazioni personali, guerra e sesso, musica e rabbia. C’è una differenza abissale con l’evoluzione che prenderà la contestazione politica in Europa e soprattutto in Italia e questo film, con la sua passione e il suo rifiuto di ogni ideologia, riesce a spiegarlo meglio di tanti saggi. Come sa fare perfettamente la parte finale del film, quando rivediamo la veglia funebre che si tenne a Central Park per onorare John Lennon, da poco assassinato sotto casa da uno squilibrato: quei volti dolenti e rigati dalle lacrime sono il ritratto perfetto di una generazione i cui sogni si sono rivelati troppo fragili per non accusare i contraccolpi del potere ma le cui idee si sono dimostrate sufficientemente ostinate per riuscire a crescere in molti altri cuori.
               
                                                                       Fonti: il Morandini, Zanichelli, 2000; Paolo Mereghetti, Corriere della Sera, 08/06/2007

saimir grandeRegia: Francesco Munzi. Soggetto: Francesco Munzi. Sceneggiatura: Francesco Munzi, Serena Brugnolo, Dino Gentili. Fotografia: Vladan Radovic (colore). Musica: Giuliano Taviani. Montaggio: Roberto Missiroli. Interpreti: Mishel Manoku, Xhevdet Feri, Lavinia Guglielman, Anna Ferruzzo. Produzione: Cristiano Bortone, Daniele Mazzocca Gianluca Arcopinto per Orisa Produzioni/Pablo Produzioni. Durata: 88 minuti. Origine: Italia, 2004.

 

Edmund è il padre del sedicenne Saimir. I due hanno lasciato l’Albania per tentare di farsi una vita in Italia. L’uomo possiede un camion che utilizza per trasportare merce e nascondere attività di altro genere che gli permettono di “arrotondare”: spesso mette a disposizione il mezzo per il trasporto di clandestini. Saimir, che nel frattempo racimola denaro praticando piccoli furti, sogna di trovare un lavoro e di stringere rapporti puliti con coetanei italiani. L’opportunità gli è offerta da Michela, una ragazza conosciuta al mare. Proprio quando l’amicizia sta per diventare qualcosa di più, lei scopre la condotta illegale di Saimir. Il seguente abbandono ferisce il ragazzo che, contemporaneamente, entra in conflitto con il padre. L'uomo non può offrirsi come modello positivo dal momento in cui accetta di trasportare una minorenne slava, attirata in Italia con false promesse e poi stuprata dal gruppo di trafficanti col preciso intento di farne una prostituta. Saimir, dopo aver vanamente chiesto al padre di dissociarsi dal gruppo di criminali, soffocato dalla sensazione di vivere in una prigione senza uscita, denuncia il genitore e la banda di albanesi, liberando la giovane da un incubo.

Il film ci mette immediatamente di fronte alla realtà che fa da scenario alla vicenda. Si tratta del territorio del litorale laziale, il cui degrado ambientale è ottimamente reso da una fotografia grigia e fredda, di stampo documentarista, che ben si adatta alle atmosfere cupe di questa anonima periferia romana. La luce livida del mattino e l’oscurità notturna diventano così gli sfondi più adeguati a nascondere una microsocietà invisibile che occupa gli interstizi depressi e abbandonati del nostro benessere. Questo rapporto fra individuo e ambiente sociale, che il regista riesce ad esprimere con aspro e asciutto realismo, costituisce una dei punti di forza del film, insieme ad uso di attori non-professionisti, estremamente credibili ed efficaci nell’interpretare praticamente se stessi e nel parlare la propria lingua d’origine, conferendo così ai personaggi  un’accentuata configurazione di difficoltà comunicativa nelle relazioni interpersonali e con il contesto che li circonda. Ciò che il personaggio di Saimir rappresenta è l’emergere in un adolescente immigrato di un profondo disagio morale che lo porta a rifiutare o, meglio, a cercare di rifiutare il proprio destino inteso come un’esistenza vissuta nell’illegalità e nella marginalità. Il suo gesto finale esprime una rivolta soprattutto nei confronti del padre ed un’affermazione di umana solidarietà verso una coetanea vittima del racket della prostituzione. Nel giovane protagonista non prevale tanto un’astratta affermazione di legalità, ma una reazione emotiva e passionale al senso di ingiusta condanna ad una condizione di umiliante degradazione. Ricordiamo un film che pare affine a Saimir: La Promesse dei Dardenne, che metteva in scena una storia simile, anche nelle dinamiche relazionali padre-figlio. Emerge anche nel film di Munzi la mancanza cronica di modelli adulti, di una guida capace di ascoltare e di offrire un’etica condivisibile, di tratteggiare una strada percorribile lontana dalla miseria (soprattutto quella dell’anima). L’adulto, invece, è terribilmente invischiato nel pantano, appesantito da logiche che rispondono unicamente a meccanismi di sopravvivenza. Niente di più. Un cinismo esasperato che non ammette sogni irraggiungibili, ma che conosce semmai il dramma della povertà. Tradire il padre diventa così gesto estremo, urlo disperato, per sentire di avere alternative, per convincersi che la vita può essere altro.             
                                                                                                                                             Fonti: pacioli.net; lombardiaspettacolo.com

terraferma grandeRegia: Emanuele Crialese. Sceneggiatura: Emanuele Crialese, Vittorio Moroni. Fotografia: Fabio Cianchetti. Montaggio: Simona Paggi. Scenografia: Paolo Bonfini. Musica: Franco Piersanti. Interpreti: Donatella Finocchiaro (Giulietta), Filippo Pucillo (Filippo), Beppe Fiorello (Nino), Mimmo Cuticchio (Ernesto), Martina Codecasa (Maura), Tiziana Lodato (Maria), Claudo Santamaria (il finanziere), Timnit T. (Sara), Filippo Scarafia (Marco), Pierpaolo Spollon (Stefano), Rubel Tsegay Abraha (Omar). Produzione: Riccardo Tozzi, Marco Chimenz, Giovanni Stabilini, Fabio Conversi per Cattleya/Babe Films/France 2 Cinéma. Distribuzione: 01. Durata: 88 minuti. Origine: Italia/Francia, 2011.

Due donne, un ‘isolana e una straniera: l‘una sconvolge la vita dell’altra. Eppure hanno uno stesso sogno, un futuro diverso per i loro figli, la loro Terraferma. Terraferma è l’approdo a cui mira chi naviga, ma è anche un‘isola saldamente ancorata a tradizioni ferme nel tempo. È con l’immobilità di questo tempo che la famiglia Pucillo deve confrontarsi. Ernesto ha settant‘anni, vorrebbe fermare il tempo e non vorrebbe rottamare il suo peschereccio. Suo nipote Filippo ne ha venti, ha perso suo padre in mare ed è sospeso tra il tempo di suo nonno Ernesto e il tempo di suo zio Nino, che ha smesso di pescare pesci per catturare turisti. Sua madre Giulietta, giovane vedova, sente che il tempo immutabile di quest’isola li ha resi tutti stranieri e che non potrà mai esserci un futuro né per lei, né per suo figlio Filippo. Per vivere bisogna trovare il coraggio di andare. Un giorno il mare sospinge nelle loro vite altri viaggiatori, tra cui Sara e suo figlio. Ernesto li accoglie: è l’antica legge del mare. Ma la nuova legge dell’uomo non lo permette e la vita della famiglia Pucillo è destinata ad essere sconvolta e a dover scegliere una nuova rotta.

“Osservata dal mare, la terra indica l’immobile destino. Ma nel suo interno è tutt’altro che stabile materia”. L’Odissea cinematografica di Emanuele Crialese trova il suo quarto approdo in un sapore di maturata continuità. Perché i concetti che rivisita e su cui compie nuove riflessioni sono “fondativi, sempre più emergenti”: necessaria riaffermazione di una mappatura etico-estetica fortemente personale. La paura del diverso “estraneo”, la centralità della donna, l’esigenza di contaminazione, l’incessante ricerca di un luogo, punto fermo in cui “ricominciare un’esistenza che sia protetta, civile e soprattutto umana”. La compresenza dell’arcaico e del nuovo, sotto l’egida di un mito eterno eppur spiazzante. Dopo l’esordio migrante di Once we were strangers (1997) al termine del periodo newyorkese, il plauso internazionale del sorprendente Respiro (2002) e la seguente conferma nel 2006 con Nuovomondo, il 46enne cineasta intuisce la Terraferma ma lo fa “rigorosamente dal mare”.
Che luogo è Terraferma?
È quanto si urla dalla barca, in mezzo al mare, non appena viene avvistato un approdo. Ma è chiaro che la terra sia tutt’altro che ferma, o immutabile. Non mi riferisco solo alla sua identità geologica, quanto alla sua capacità di assorbire l’eterno mutante insito nel carattere umano, nel suo universo di relazioni. In questo senso Terraferma è essenzialmente un punto di vista.
Per contrasto inevitabile cosa rappresenta per te il mare?
Il mare è il canale di comunicazione per eccellenza. Ci permette di ricordare la nostra posizione rispetto alla natura: mai saremo padroni del mare, del quale possiamo al limite capire i venti ma di fronte alla cui furia siamo impotenti. Il mare e il mio cinema si scompongono e ricompongono reciprocamente e l’elemento marino da sempre rappresenta per i protagonisti il veicolo di una seconda/nuova vita. Lo è per Grazia in Respiro, lo è per i migranti in America di Nuovomondo, lo è per gli abitanti di Terraferma in quanto attraverso il mare ricevono un’umanità diversa, dall’altrove. È così, liquidamente, che prende forma la mia personale concezione dell’Odissea, ove il racconto si fa evocazione. Il pubblico deve poter creare con me, e del mare (che prende il colore del latte all’occorrenza) deve potersi nutrire. Voglio anche aggiungere che dal punto di vista della terra anche l’orizzonte marino appare come l’eterno immutabile. Ma dal suo interno, il mare è il movimento vitale assoluto, è l’ambiente dove si genera azione e in quanto tale è il luogo che ci trasporta verso l’esplorazione del mondo.
Come si applica tale esplorazione al contesto specifico di Terraferma?
Sull’isola di Terraferma approdano due proposte di vita alternativa ai pescatori nativi: da una parte i turisti alla ricerca del divertimento, dall’altra i migranti alla ricerca di un’esistenza dignitosa. Si tratta in ogni caso di membri di comunità estranei agli abitanti e dunque portatori di probabili pericoli: ma questo non è inizialmente percepito dalla popolazione isolana, perché il suo istinto naturale è di accogliere chi arriva dal mare. Nel momento in cui, per un motivo o per l’altro, gli abitanti vengono puniti per aver accolto nasce la paura del diverso. E si mettono in discussione. Secondo questa logica il mio film diventa la messa in mostra di come nasce e si sviluppa la paura del diverso, dello straniero. Un sentimento di difesa che tende a crescere “a prescindere”, ed è il primo vero ostacolo al processo di conoscenza. Da tale impedimento autoimposto bisogna evolversi, altrimenti si soccombe per implosione.
                  

                    Fonti: Cineforum n° 507, p. 27. Intervista al regista Emanuele Crialese (da Vivilcinema, luglio/agosto 2011, pag. 20-21).

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