Nanook l'eschimese

 

nanuk grandeTitolo originale: Nanook of the North. Regia: Robert J. Flaherty. Durata: 58'. Origine: USA, 1922.


Nel 1920 Robert Flaherty, dopo aver intrapreso alcune spedizioni oltre il Circolo Polare Artico, decise di documentare su pellicola la vita di un cacciatore Inuit che aveva conosciuto durante i suoi viaggi. Nanook of the North (Nanuk l’eschimese), portato a termine nel 1922, prototipo del documentario esotico che sarebbe diventato un genere negli anni successivi, è considerato il punto di partenza storico per il documentario. Descrive la lotta per la sopravvivenza nell’Artico della famiglia Inuit e del suo capofamiglia Nanook, in forma di epopea, trattando l’individuo come un modo privilegiato d’accesso alla conoscenza di un’intera comunità e di cultura “altra”. Flaherty volle mostrare l’orgoglio della popolazione Inuit attraverso il carisma di Nanook, dimostrando con rigore antropologico il profondo legame tra uomo e Natura.

 

Nasce con Flaherty un nuovo modo di rappresentare la realtà, non soltanto perché i suoi personaggi e le sue storie sono tratti da una realtà non manipolata, riconoscibile nei luoghi e nelle persone, ma anche perché la cinecamera non si sovrappone mai alla «verità» dell’immagine, la quale non è il prodotto di una scelta esterna ma nasce dalla realtà stessa, con la partecipazione attiva e determinante degli uomini raffigurati nelle loro azioni quotidiane. Questo tipo di documentarismo si oppone decisamente al cinegiornale d’attualità o ad altri prodotti consimili di pura documentazione, in cui uomini e cose, luoghi ed azioni, sono un semplice oggetto da osservare e da riprendere cinematograficamente. Flaherty, in altre parole, si oppone alla presunta oggettività della macchina da presa, semplice apparecchio di registrazione che, come tale, ci può dare della realtà soltanto l’aspetto esteriore, per giunta preselezionato da determinate scelte estetiche tecniche o propagandistiche. Egli vuole che il cinema, in una certa misura, sia compartecipe della vita dell’uomo, di cui può mettere in luce e diffondere l’autenticità. Nel 1920 Flaherty, finanziato dalla Revillon Frères, casa importatrice di pellicce, intraprende un viaggio cinematografico nel Nord e dopo due anni ne riporta il materiale per un lungometraggio che avrà una risonanza mondiale, il citato Nanook of the North, in cui la vita di un esquimese e della sua famiglia nelle desolate regioni artiche assume la dimensione di un dramma epico pur conservando il suo carattere di descrizione minuta di fatti e azioni quotidiani. La cinecamera si limita a seguire Nanook nelle sue faccende domestiche e nei suoi lavori abituali, non cedendo assolutamente, se non in parte nella sequenza finale della bufera di neve (che fu considerata dalla critica un saggio eccellente di pura drammaturgia filmica), alle suggestioni del formalismo, della «bella immagine », che pure il materiale umano e naturale proponeva di continuo. Le sequenze di questo film esemplare sono invece calibrate sulla «durata» reale delle azioni, e paiono pertanto disadorne come disadorna è la vita reale degli esquimesi. Ma non siamo sul piano del documentario, passivo e freddo, perché i personaggi di Nanook of the North partecipano direttamente a quanto sta succedendo attorno a loro, sono essi stessi il centro di un’azione che la cinecamera si limita a registrare. E quando Nanook si compiace della presenza della macchina da presa di Flaherty nel suo igloo, ci dà testimonianza diretta della sua compartecipazione alla realizzazione del film, in un rapporto di collaborazione col regista più stretto e significativo di quello che abitualmente si stabilisce fra il regista e gli attori in un film spettacolare. E la poesia che queste immagini sprigionano è tanto più autentica quanto meno scaturisce dall’elaborazione successiva che del materiale fece Flaherty in sede di montaggio.
                                                                                                                                                                                        

                                                                                                     Fonte: Gianni Rondolino, Storia del Cinema, Utet 2000, pp. 145-147

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