L'ospite inatteso

ospite inatteso grandeTitolo originale: The Visitor. Regia e sceneggiatura: Thomas McCarthy. Fotografia: Oliver Bokelberg. Montaggio: Tom McArdle. Musica: Jan A.P. Kaczmarek. Scenografia: John Paino. Costumi: Melissa Toth. Interpreti: Richard Jenkins (Walter Vale), Haaz Sleiman (Tarek Khalil), Danai Jekesai Gurira (Zainab). Produzione: Michael London, Mary Jane Skalski per Groundswell Production/Next Wednesday Productions/Participant Production. Distribuzione: K5 International. Durata: 104 minuti. Origine: Usa, 2007.

 

Walter Vale è un docente di economia ormai non più giovane e senza grossi entusiasmi. Vedovo da tempo, si trascina tra lezioni sempre uguali, infastiditi colloqui con studenti e stanchi insegnamenti di pianoforte che tentano di mitigare la nostalgia della moglie, celebre pianista. Costretto dall’università del Connecticut in cui lavora a recarsi a New York per presentare un saggio che ha firmato con una collega, pur non avendolo scritto, Walt trova abitato abusivamente da una coppia di immigrati clandestini l’appartamento newyorkese che non occupava da tempo. I due, il siriano Tarek e la senegalese Zainab, hanno subaffittato la casa da un certo Ivan, ignari di chi fosse il vero proprietario. Dopo l’iniziale sorpresa, Walt non se la sente di lasciarli in mezzo ad una strada, per cui concede loro di trascorrere ancora qualche giorno nell’abitazione, in attesa che essi trovino una sistemazione definitiva. La convivenza però avvicina il taciturno Walt al vitale Tarek, il quale introduce il maturo professore al suono dello djembé, il tamburo africano. Un giorno, di ritorno da una session in Central Park, tarek è arrestato dalla polizia dopo un banale controllo, sotto gli occhi impotenti di Walt. Insospettita dal silenzio telefonico del figlio, giunge a New York anche la madre di Tarek, Mouna, residente nel Michigan. Per evitare che il figlio sia espulso dagli Stati Uniti Mouna si reca con Walt da un avvocato. Tarek, intanto, soffre la prigionia e la condizione di trovarsi recluso senza aver commesso alcun crimine, ma l’impegno di Walt e Mouna si scontra con le rigide leggi sull’immigrazione seguite all’attentato dell’11 settembre.

Tom McCarthy, sceneggiatore e regista di grande sensibilità, decide di affrontare in modo trasversale il tema del rapporto con l’altro in una New York dove le norme per la sicurezza rischiano, pur nella loro necessità, di trasformarsi in imposizioni cieche e disumane. Al centro della pellicola, però, non sono direttamente le «vittime» del sopruso, ma un uomo, il professor Walter Vale, che la morte della moglie e troppi anni di ripiegamento su sé stesso hanno allontanato dalla vita e dal rapporto con il prossimo (straordinariamente eloquente la scena dell’incontro con il vicino benintenzionato, che Walter liquida con una cortesia raggelante). Per lui imbattersi nell’anomala e positiva coppia di immigrati illegali formata dal siriano (ma di origine palestinese) Tarek, musicista dal sorriso contagioso, e da sua moglie Zainab, senegalese creatrice di gioielli fatti a mano, è l’occasione per rinunciare all’isolamento in cui si è rinchiuso e tentare un lento, ma inarrestabile, ritorno alla vita, che passa attraverso la musica. Attraverso gli occhi dei suoi «ospiti inattesi» Walter riprende anche possesso della sua città, una New York luminosa e bella in cui la convivenza sembra assolutamente possibile e la superficialità di tanti «indigeni» (come la ricca signora che crede che Città del Capo si trovi in Senegal…) in fondo perdonabile. A spezzare il ritmo in cui Walter si è lasciato trascinare, però, arriva, imprevedibile e «ingiusto», l’intervento della polizia che ferma Tarek forse solo per il suo aspetto mediorientale. È solo allora che Walter scopre che lui e Zainab sono illegali e perciò a rischio di espulsione. Con un passo avanti nell’amicizia che gli richiede un impegno più profondo, Walter si impegnerà per cercare di ottenere la liberazione di Tarek, con un incentivo in più quando alla sua porta compare Mouna, la madre del suo amico, una donna forte e volitiva con cui si crea quasi da subito un rapporto profondo e autentico. L’autore evita la trappola di soffermarsi sulle brutture del sistema di detenzione in cui è caduto Tarek (che in effetti, pure agli occhi di Mouna, pare ben diverso dal carcere dove era stato suo marito finendo per morirne), ma ne sottolinea la asettica ottusità nel gestire vicende umane che chiedono di non essere guardate solo come emergenze per la sicurezza. Così McCarthy si concentra soprattutto sullo sguardo e sui movimenti interiori di Walter, ri-trascinato nella vita per scoprire la bellezza, ma anche la sofferenza, che l’uomo trova finalmente il coraggio di affrontare. Perché, suggerisce McCarthy con la sua storia, senza coinvolgimento non ci può essere possibilità di felicità, anche se questa può essere continuamente messa a rischio. Perché senza coinvolgimento non è neppure possibile affrontare un discorso serio e partecipe sulle questioni delicate e complesse che la fragilità della nostra società (che si scopre specie negli Usa non più così aperta) rende fondamentali.
                                                                                                                                            Fonti: Cineforum n° 481, p. 42; mymovies.it

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