The Cove

the cove grandeRegia: Louie Psihoyos. Durata: 92 minuti. Origine: USA, 2009.

 

“The Cove”, Oscar 2010 per il miglior documentario, nasce dalla trentennale esperienza di Richard O’Barry, un ex addestratore di delfini diventato uno dei più impegnati attivisti di tutti i tempi. E’ un’indagine serrata e mozzafiato sull’industria della sofferenza che uccide o rende schiavi ogni anno migliaia di delfini in nome del’interesse economico e della stupidità umana.

 

Era giovane, aveva un lavoro molto glamour e una Porsche. Ma quando l'amata Kathy gli morì fra le braccia, Ric O' Barry capì che avrebbe dovuto lasciare per sempre a bordo piscina cerchi e bacchette, i suoi strumenti da addestratore di piccoli cetacei. Kathy era una femmina di delfino che, depressa da un vita in gabbia, si era lanciata fuori dalla vasca per suicidarsi, trattenendo il respiro. Ed era anche uno dei delfini che lui, a partire dagli anni Sessanta, aveva catturato per farli recitare nella serie tv "Flipper" o per "liberarli" nelle vasche dei parchi acquatici, dove avrebbero fatto divertire i bambini con le loro acrobazie. Dal giorno della morte di Kathy Ric O' Barry ha iniziato a impegnarsi per il boicottaggio dei parchi acquatici, tagliando le reti delle loro gabbie da Haiti al Brasile e scrivendo libri. L'Onu, nel 1991, gli ha conferito un premio per l'impegno ambientale. In seguito tutte le sue energie si sono concentrate intorno a una tremenda scoperta: quella di "The Cove", una placida laguna sulle coste di Taiji, in Giappone, al centro di un parco nazionale, punto di incontro fra i delfini e luogo dove ogni anno, per sei mesi, si danno appuntamento i cacciatori di cetacei, pescatori e acquirenti occidentali pronti a sborsare anche 150 mila dollari per aggiudicarsi un delfino da portare nelle loro megapiscine. I giapponesi catturano illegalmente 23mila delfini l'anno, appellandosi alla legislazione della International Whaling Commission che consente la pesca - limitata - dei piccoli cetacei. Quasi la metà dei delfini che vivono in gabbia, però, muore nel giro di due anni: in libertà nuotano per più di 40 km al giorno e scendono anche a 100 metri di profondità. Se l'idea è stata di O'Barry, la regia è di Louie Psihoyos, uno dei più apprezzati fotografi naturalistici, inserito da Fortune fra i dieci migliori del mondo. I due si incontrarono a un convegno sui mammiferi marini, e quando Psihoyos si accorse che lo sponsor dell'evento aveva bloccato l'intervento di O'Barry, volle capire chi fosse quel personaggio. Da quel primo incontro, nel giro di un anno è stata messa insieme una produzione degna della Hollywood più ricca, capeggiata da Paula DuPre (quella della saga di Harry Potter, per intenderci) e con padrini come Steven Spielberg e George Lucas. Sponsor principale dell'impresa, la Ocean Preservation Society di Jim Clark, professore di Stanford nonché uno dei creatori di Netscape. Anche la squadra di Ric e Louie non ha nulla da invidiare ai team d'assalto: cameraman subacquei, biologi marini, anche cacciatori di tesori sommersi, ribattezzati "Ocean's eleven", gli undici dell'oceano, sulla scia dei film di Steven Soderbergh con George Clooney. Nella baia circondata da alte colline è vietato entrare, ma con appostamenti notturni, telecamente nascoste, elicotteri telecomandati, software di ripresa video avanzatissimi e immersioni clandestine, gli ocean's eleven sono riusciti a rubare le immagini della cattura dei delfini, farne vedere i metodi, come i sistemi di onde magnetiche che generano panico nei mammiferi perché annullano il sistema sonar con il quale comunicano, ma anche fiocine e ganci.
Con il loro misto di poesia e terrore quelle immagini hanno fatto saltare sulle poltrone gli spettatori, ma hanno anche scalfito il governo di Tokyo, che infatti ha bloccato un programma per fare entrare nel menù delle mense scolastiche la carne di delfino. Un primo risultato che rende molto fieri O'Barry e i suoi, visto che il governo giapponese ha cercato di nascondere all'opinione pubblica che la carne di delfino è fra le più contaminate dal mercurio. Ma al Tokyo Film Festival il film, guarda caso, non è stato accettato.         

                                                                                                                                                   Fonte: www.luxury24.ilsole24ore.com

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