Welcome

welcome grandeRegia: Philippe Lioret. Sceneggiatura: Philippe Lioret, Emmanuel Courcol, Olivier Adam. Fotografia: Laurent Dailland. Montaggio: Andréa Sedlackova. Scenografia: Yves Brover. Costumi: Fanny Drouin. Musica: Nicola Piovani, Wojciech Kilar, Armand Amar. Interpreti: Vicent Lindon (Simon), Firat Ayverdi (Bilal), Audrey Dana (Marion), Derya Ayverdi (Mina). Produzione: Christophe Rossignon, Philippe Boëffard, Ève Machuel per Nord-Ouest Film/Studio 37/France 3 Cinéma/Mars Films/Fin Août Productions/Canal+/Cinécinéma. Distribuzione: Teodora Film. Durata: 110 minuti. Origine: Francia, 2009.

 

Bilal, un ragazzo curdo di diciassette anni fuggito dal suo paese, arriva al porto di Calais con l’intenzione di raggiungere l’Inghilterra. A Londra infatti vive Mina, la ragazza di cui è innamorato e che vuole sposare, anche se la famiglia di lei è ostile. Si nasconde con altri clandestini in un camion, ma vengono scoperti e bloccati dalla polizia. A Calais, Bilal scopre una piscina comunale e paga Simon, un istruttore di nuoto, perché gli dia delle lezioni. Bilal, infatti, progetta di allenarsi per oltrepassare la manica a nuoto. Simon, dal canto suo, provato dalla dolorosa separazione dalla moglie Marion, decide di aiutare Bilal, offrendogli vitto e ospitalità. Così facendo, si mette nei guai con la polizia, dato che la’rticolo di una legge recente punisce con pesanti sanzioni chiunque fornisca soccorso agli immigrati clandestini. Quando Bilal apprende che la famiglia di Mina ha già combinato un matrimonio contro la volontà della ragazza, decide di rompere gli indugi e tentare la sorte.

La prima parte di Welcome aderisce totalmente alla condizione dei clandestini ammassati a Calais (il pagamento della tariffa al racket dei “passatori”, l’insinuarsi di nascosto in un camion, il sacchetto di plastica infilato in testa per impedire ai rilevatori di scoprire il respiro, le violenze latenti fra gli stessi clandestini e le umiliazioni inflitte dai poliziotti). E’ un mondo crudelmente precario, mostrato dall’interno nella concretezza di azioni e oggetti (la fotografia di Mira, la ragazza amata da Bilal, oggetto degli apprezzamenti dei poliziotti; sacchetti di plastica nera che evocano i desaparecidos). Ma, in un clima così cupamente persecutorio, esistono anche i volontari che distribuiscono cibo nei dintorni del porto. Poi Lioret sposta la narrazione su un uomo qualunque, un maestro di nuoto, che ha alle spalle una vita di rinunce - prometteva di diventare un atleta a livello agonistico - e fallimenti nel privato - la moglie Marion, volontaria delle associazioni umanitarie, ha deciso di divorziare e Simon, per quanto ne soffra, non ha fatto nulla per impedirlo. I motivi della rottura con Marion non sono chiariti, ma si intuiscono dall’attitudine indifferente e remissiva di Simon quando assiste con lei a un episodio di brutalità poliziesca contro alcuni immigrati in un supermercato. Simon è un uomo passivo e rinunciatario, come tanti. Il suo interesse per Bilal, sulle prime, è motivato dalla volontà meschina e patetica di fare colpo sull’ex moglie, e infatti Simon ostenta con Marion i primi atti di generosità compiuti verso il ragazzo (atti che, all’inizio, non sono privi di insofferenze e sospetti, anche fondati, verso i clandestini). La trasformazione di Simon, da esponente della maggioranza silenziosa a individuo cosciente dell’iniquità della legge, avviene lungo il crescendo del suo confronto con l’audacia adolescenziale di un giovane che rischia la vita per una passione. Un confronto che, come Lioret lascia intravedere con efficacia, offre anche un affetto sostitutivo a un uomo che potrebbe essere il padre di Bilal e che soffre la solitudine dell’abbandono. Gli scompensi privati rendono al tempo stesso Simon più vulnerabile e, quindi, più disponibile ad avventurarsi in una scelta difficile e rischiosa com’è quella di infrangere la legge. Questa dinamica è anch’essa calata dal regista in dinamiche concrete, e non nello psicologismo: in luoghi eloquenti, come l’appartamento vuoto di Simon (attorniato da vicini dal buon senso pacificamente razzista, con l’ipocrisia della scritta «Welcome» sullo zerbino), la piscina come palestra di una pedagogia inutile, il porto come frontiera inaccessibile, la spiaggia di Blériot come spazio aperto su un’illusione ingenua e suicida. Alla brutale ottusità delle repressioni poliziesche corrisponde, come un’eco, l’intransigenza disumanaa del padre di Mina e il clima plumbeo di quella casa povera e coatta, a Londra, rotto da telefonate furtive della ragazza a Bilal. Liorel, però, non ha voluto scadere nel manicheismo e mostra il volto del tenente di polizia come una maschera dove la stanchezza e la nausea si sono confuse nell’obbedienza. L’immagine che, da sola, condensa il senso del film, è quella funebre distesa di mare scuro e gelido dove Bilal nuota, fasciato nella sua muta nera. Il mare è una presenza ricorrente nel cinema di Lioret (dal faro in miniatura di Mademoiselle alle coste bretoni di L’équipier, fino alla spiaggia di Saint-Aubin-sur-Mer in Je vais bien, ne t’en fais pas). Ma in Welcome il mare diviene un’immagine tragica, una dimensione di inabissarnento e cancellazione.

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