Progetto cineforum

i ragazzi stanno beneTitolo originale: The Kids Are All Right. Regia: Lisa Cholodenko. Sceneggiatura: Lisa Cholodenko, Stuart Clumberg. Fotografia: Igor Jadue-Lillo. Montaggio: Jeffrey M. Werner. Musica: Carter Burwell. Scenografia: Julie Berghoff. Costumi: Marie Claire Hannan. Interpreti: Julianne Moore (Jules), Annette Benning (Nic), Mark Ruffalo (Paul), Mia Wasikowska (Joni), Josh Hutcherson (Laser). Origine: Usa, 2010. Durata: 106’.

È divertente e al contempo saggia la commedia di Lisa Cholodenko in cui un solido matrimonio tra due donne, Jules e Nic, viene messo a repentaglio quando i due figli adolescenti della coppia, Joni (in onore di Joni Mitchell) e Laser decidono di ritrovare il padre biologico mai conosciuto contattando la banca del seme. L’incontro con il ruspante e macho Paul, che gestisce un ristorante biologico e non ha mai messo la testa a posto, passando disinvoltamente da una storia all’altra, sconvolge gli equilibri lungamente costruiti e rimescola le carte, ma è l’Amore con la maiuscola a prevalere dopo una bella e sana crisi, con tanto di letti separati, musi lunghi e sfuriate.

Ha impiegato cinque anni la regista Lisa Cholodenko (High art e Laurel Canyon) per scrivere insieme a Stuart Blumberg questa bella sceneggiatura in parte autobiografica, storia di due mamme che hanno saputo dar vita a una famiglia alternativa ma del tutto tradizionale e funzionante. Lisa Cholodenko giura di provare empatia per tutti i personaggi, compreso il papà biologico che segue una sua traiettoria parallela e grazie a questa vicenda cresce e capisce di voler cambiare rotta. Film di scrittura, I ragazzi stanno bene, ma soprattutto film di attori, anzi di attrici. Con le due dive Julianne Moore e Annette Bening in stato di grazia. Bravissime a descrivere la quotidianità domestica, i nervosismi, la divisione dei ruoli: Jules ha lasciato il lavoro per fare la mamma a tempo pieno, con inevitabile corredo di frustrazioni specie ora che sua figlia sta per andare al college e anche il maschio cresce a vista d’occhio, mentre Nic si è dedicata alla carriera e lo dimostra con quel suo atteggiamento un po’ rigido e maschile, piuttosto sbrigativo. Una famiglia nella norma, mediamente serena, insomma, dove ci si ritrova a cena, con abitudini e chiacchiere, lessico familiare, e dove il sesso è oramai un po’ ripetitivo, tra vibratori e filmetti porno gay, ma anche allegro, affettuoso e solare. La trasgressione, per una volta, è rappresentata dalla scappatella eterosessuale di Jules. Il bello del film, che ha vinto un Teddy Bear (il premio collaterale per il miglior film che affronta tematiche omosessuali) alla Berlinale dell’anno scorso, è proprio la naturalezza che trasmette rispetto a un modello familiare che in Italia è ancora tabù ma che negli Stati Uniti, e a maggior ragione nella California “liberaI”, non sorprende né scandalizza più nessuno. Vedremo se anche da noi saprà andare oltre il pubblico di nicchia e conquistare una platea più allargata, anche se non ecumenica, magari suscitando qualche riflessione tra una risata e l’altra.
                                                                                                                                Fonti: Cineforum, n° 502; Vivilcinema, n° 1, 2011

venti sigaretteTitolo originale: Venti sigarette. Regia: Aureliano Amadei. Soggetto: Francesco Trento, Volfango De Biasi, Aureliano Amadei dal libro «Venti sigarette a Nassiriya» di Aureliano Amadei e Francesco Trento. Sceneggiatura: Gianni Romoli, Francesco Trento, Volfango De Biasi, Aureliano Amadei. Fotografia: Vittorio Omodei Zorini. Montaggio: Alessio Doglione. Musica: Louis Siciliano. Scenografia: Massimo Santomarco. Costumi: Catia Dottori. Interpreti: Vinicio Marchioni (Aureliano), Carolina Crescentini (Claudia), Giorgio Colangeli (Stefano Rolla), Orsetta de Rossi (Carlotta), Alberto Basaluzzo (Massimo Ficuciello), Edoardo Pesce (Tino), Luciano Virgilio (il generale Ficuciello. Origine: Italia, 2010. Durata: 94’.

Novembre 2003: Aureliano, 28enne, precario nel lavoro e negli affetti, riceve all'improvviso l'offerta di partire per lavorare come aiutor regista alla preparazione di un film che si svolge in Iraq, al seguito della "missione di pace" dei militari italiani, con il regista Stefano Rolla. Aureliano non fa in tempo a finire un pacchetto di sigarette che si ritrova protagonista della tragedia dell'attentato alla caserma di Nassirya del 12 novembre 2003. E' l'unico civile sopravvissuto di una strage che ha ucciso ben 19 italiani.

Un film duro, realistico, aggressivo nelle immagini, a partire dai fotogrammi delle vittime mutilate subito dopo l'esplosione e inermi al suolo e dalle sequenze in primo piano delle braccia e del corpo del protagonista, inondato di sangue e avvolto dalla sabbia e da una miriade di schegge schizzate durante la deflagrazione. Un colpo nello stomaco per noi italiani, una ferita lancinante e terribile che ha inciso anche le memorie di tutti coloro che non si sono sentiti e mai si sentiranno disposti ad accettare gli orrori della guerra come inevitabili effetti collaterali di superiori strategie di conquiste. Il film vuole essere un resoconto vero e sincero, appassionato e commovente, di chi era lì in quel momento: un giovane aiuto-regista a seguito dell'amico, le amicizie con alcuni militari, le due chiacchiere e le battute scambiate con i carabinieri sul cortile della loro caserma, e poi improvvisamente un autocarro rosso che sfonda la sbarra dell'ingresso della recinzione e in un secondo tutto salta in aria, dando vita ad un inferno di fuoco. E poi c'è l'altra storia, quella del sopravvissuto rientrato in Italia: al capezzale di Amadei, all'ospedale militare del Celio a Roma, si recano in doverosa processione i rappresentanti delle istituzioni, le alte gerarchie militari, gli uomini politici, i giornalisti e tutta la carovana del mondo mass-mediatico, pronti a celebrare l'eroe e gonfiare le pagine scritte e i discorsi pubblici della retorica dei "caduti per la patria" e dei sacrifici per la democrazia e la libertà da esportare a popoli inferiori e "sfortunati". Anche in questa parte, il film diretto da Amadei risulta particolarmente convincente e sincero, in grado di smascherare la facciata delle celebrazioni nazionalistiche, per guardare con occhio più lucido e umano le vicende realmente accadute: perché questo conflitto? E poi i morti iracheni non sono sullo stesso piano di quelli italiani? E di quelli americani, inglesi, spagnoli e altri ancora? Dov'è il senso di tutto ciò? Ecco, un altro merito del film è il seguente: lasciare al realismo delle immagini e al prorompere delle emozioni, senza sventolare nessuna bandiera di semplicistico e ingenuo pacifismo, il compito di condurre lo spettatore verso un'analisi oggettiva e individuale di quella insensata operazione militare che è stata l'invasione dell'Iraq; e di cui Nassiriya resterà nei libri di storia come una drammatica pagina macchiata di sangue. A Venezia il film ha ricevuto 14 minuti di applausi, con la gente in piedi commossa di fronte al racconto di chi, per puro caso, non è saltato in aria quel 12 novembre del 2003 e che ora vuole riportare la sua versione dei fatti, quella durata appunto lo spazio di venti sigarette fumate nel brevissimo lasso di tempo di quei pochi giorni del novembre 2003, dall'arrivo al campo all'esplosione, fino a quello che è successo dopo. E la sua versione non può che colpire, perché vera, perché amara, perché vissuta e tremendamente personale.
                                                                                                                               Fonti: Cineforum, n° 498; www.cinema4stelle.it

ti do i miei ochiTitolo originale: Te doy mis ojos. Regia: Icíar Bollaín. Sceneggiatura: Icíar Bollaín, Alicia Luna. Fotografia: Carles Gusi. Montaggio: Ángel Hernàndez Zoido. Musica: Alberto Iglesias. Scenografia: Víctor Molero. Costumi: Estíbaliz Markiegi. Interpreti: Laia Marull (Pilar), Luis Tosar (Antonio), Candela Peña (Ana), Rosa María Sardà (Aurora), Nicolàs Fernàndez Luna (Juan). Origine: Spagna, 2003. Durata: 109’.

E’ notte. Pilar sveglia il figlio Juan, raccoglie le sue cose e se ne va dall’appartamento in cui vive. Ha deciso di trasferirsi dalla sorella Ana. Non può più stare insieme ad Antonio. Nei giorni successivi lui cerca di convincerla a tornare, ma non riesce a trattenere la rabbia e si rivolge allo psicologo di un consultorio, che organizza delle riunioni di gruppo per mariti violenti. La madre di Pilar cerca di convincerla a tornare con lui (“Una donna non può vivere sola”) mentre si avvicina il giorno del matrimonio di Ana con uno scozzese, il marito perfetto. Pilar intanto trova un lavoro in un museo, si fa delle amiche e comincia ad appassionarsi all’arte. Antonio sembra prendere sul serio la sua terapia e comincia a vedersi di nascosto con Pilar. I due si amano con la stessa passione di quando erano fidanzati. Fino al giorno in cui Ana si sposa e Pilar, contro il parere della sorella, decide di tornare a vivere col marito e il figlio. Ma le cose non vanno bene, Antonio comincia ad essere sempre più geloso (soprattutto dopo che l’ha vista, bella e disinvolta, raccontare in pubblico un quadro con sottintesi erotici). Quando Pilar gli dice che vuole fare la guida in un museo e annuncia la sua partenza per Madrid, dove potrebbe trovare un lavoro, lui impazzisce di rabbia, la picchia, la spoglia  e la umilia. Il giorno dopo lei tornerà a casa solo per prendere le sue cose, insieme alle amiche, e andarsene via.


Con una storia simile era facile cadere nel ricatto del film che non mostra ma dimostra. La Bollaín e i suoi attori, invece, straordinari per verità e vulnerabilità, riescono a esplorare tutti i punti di vista, i doppifondi, le trappole di una vicenda che coinvolge l'intera famiglie, di lei e di lui, restando incerta fin quasi alla fine. E il film smonta con precisione clinica le dinamiche della rabbia maschile, la paura nascosta dietro le crisi distruttive, l'autodisprezzo, le fantasie di abbandono, i tentativi frustrati in partenza di tenere il partner sotto controllo. Usando al meglio anche Toledo con i suoi tesori d'arte e il nuovo lavoro di Pilar, guida turistica nei musei. Un cambiamento che potrebbe riavvicinarli, forse unirli in un sogno comune, e invece accentua il gap culturale precipitandoli in una crisi definitiva. Morale: ai maschi, anche in platea, resta la rabbia per un cambiamento solo annunciato. Alle donne la speranza in un futuro diverso, perché pian piano Pilar reagisce, alza la testa inizia a capire qualcosa di sé (e di sua madre, suo padre, sua sorella). La solitudine non è il peggiore dei mali. (Fabrizio Alò, Il Messaggero, 23 aprile 2004)
In una indagine condotta dalI’Istat nel 2006, per la prima volta interamente dedicata al fenomeno delle violenza fisica e sessuale in Italia contro le donne, è emerso che il 31,9% delle donne intervistate sono state oggetto di violenza fisica, sessuale o psicologica nella loro vita. L’indagine è stata realizzata con tecnica telefonica su un campione di donne di età compresa fra i 16 e i 70 anni. Dai dati risultano essere molto diffusi i soprusi tra le mura domestiche anche se spesso non vengono percepiti come tali: solo il 18,2% è consapevole che quello che ha subito è un reato, mentre il 44% lo giudica semplicemente qualcosa di sbagliato ma non un reato e ben il 36% solo qualcosa che è accaduto. La stessa indagine condotta dall’lstat, questa volta su base regionale, ha evidenziato che nelle Marche il 34,4% delle intervistate ha subito violenza nel corso della vita e che il 16,4% l’ha subita all’interno delle mura domestiche. (SERVIZIO NAZIONALE ANTIVIOLENZA: 1522. Centro Antiviolenza Provinciale: 0721/639014)

         Fonti: Cineforum, n° 435; Violenza. Come e dove chieder aiuto, opuscolo informativo della Provincia di Pesaro e Urbino, 2013

hotel rwandaTitolo originale: Hotel Rwanda. Regia: Terry George. Sceneggiatura: Keir Pearson, Terry George. Fotografia: Robert Fraisse. Montaggio: Naomi Geraghty. Musica: Jerry “Wonder” Duplessis, Rupert Gregson-Williams, Andrea Guerra. Scenografia: Johnny Breedt, Tony Burrough. Costumi: Ruy Filipe. Interpreti: Don Cheadie (Paul Rusesabagina), Sophie Okonedo (Tatiana Rusesabagma), Nick Nolte (il colonnello Oliver), Joaquin Phoenix (Jack). Origine: Canada/Gran Bretagna/Italia/Sudafrica, 2005. Durata: 120’.

Kigali, capitale del Ruanda. È il 1994. Nel corso di appena tre mesi, dall’aprile al luglio, quando gli Hutu prendono il potere con il colpo di stato, quasi un milione di cittadini ruandesi, in prevalenza appartenenti all’etnia Tutsi, verranno trucidati spesso a colpi di machete, spinti anche da una selvaggia propaganda radiofonica. E’ la vendetta, a lungo progettata, degli Hutu, da sempre discriminati, sin dalla dominazione coloniale belga terminata nel 1962. In questa contesto, il contingente internazionale dell’Onu, rappresentato dall’Alto Commissario, il colonnello Oliver, è o sembra essere impotente di fronte al precipitare degli eventi, e si preoccupa in primo luogo di mettere in salvo gli europei. Frattanto Paul Rusesabagina, un hutu sposato con una tutsi, direttore di un albergo cittadino di proprietà belga, il Milles Collines Hotel, quartier generale degli occidentali e degli alti gradi Onu, cerca di mettere in salvo dalle mattanze la propria famiglia. Ma ben presto comincia ad allargare la cerchia delle persone da salvare, che trovano rifugio nell’albergo, fino ad ospitarne 1268, di entrambe le etnie, rischiando in prima persona, corrompendo le persone che possono essere utili alla scopo e cercando a tutti i costi di costringere la comunità internazionale a fare qualcosa per scongiurare il massacro in corso. Ma questa sceglierà la strada dell’evacuazione, abbandonando il Paese al suo tragico destino.

Nella primavera del 1994 in Ruanda si è verificato uno dei più tragici genocidi della storia del Novecento. Dopo decenni di difficile convivenza le rivalità e le tensioni tra le due comunità ruandesi degli Hutu e dei Tutsi sono esplose deflagrando in un massacro che ha causato circa un milione di vittime nel sostanziale disinteresse dell’occidente. Hotel Rwanda intende ricordare a più di dieci anni di distanza quella tragedia attraverso la rievocazione dell’eroico impegno profuso da un uomo qualunque, il direttore dell’albergo che dà il titolo al film, che è riuscito a salvare da morte sicura moltissime persone. Il protagonista del film è certamente, secondo i canoni della società in cui vive, un privilegiato e come tale potrebbe mettersi in salvo insieme alla famiglia, ma è qui che scatta in lui, l’obbligo morale di non abbandonare al loro tragico destino  i tantissimi tutsi in procinto di essere trucidati. Gli agganci e le conoscenze di cui Rusesabagina può disporre in ambito governativo e tra i clienti occidentali dell’albergo non gli servono per scopi personali, ma per perseguire il proprio intento salvifico rischiando la vita in prima persona. Un’altra grande lezione di altruismo e umanità  che grazie al Cinema  riesce a superare la barriera del silenzio e essere conosciuta dal grande pubblico.
Com’è possibile far conoscere in occidente vicende di rilevante rilievo umano e morale che hanno avuto come sfondo eventi storici di grandi dimensioni? Se il destinatario deve essere l’immaginario e la memoria collettiva allora il Cinema non ha rivali. Il Cinema europeo-americano soprattutto, che conosce assai bene gli ingredienti giusti per garantire successo e la diffusione del prodotto. E’ necessario, quindi, che la storia narrata assuma una struttura narrativa consolidata dalla tradizione dei generi (nel caso di Hotel Rwanda quella del thriller ricco di suspense) onde appassionare lo spettatore e coinvolgerlo emotivamente e che nel cast appaiano attori di fama internazionale (nel nostro caso Nick Nolte e Joaquin Phoenix), anche con ruoli secondari, come elemento di richiamo per il pubblico. Si tratta, insomma, di conferire al film il massimo di dimensione spettacolare.
E’ evidente che in questa prospettiva la pellicola tenda a privilegiare determinati aspetti e a sacrificarne altri, e così cercheremmo vanamente in Hotel Rwanda degli approfondimenti che ci aiutino a comprendere meglio le ragioni dello scontro etnico o a risalire alla catena delle responsabilità.    

                                                                                                                                     Fonti: Cineforum, n° 443; www.pacioli.net

take shelterTitolo originale: Take Shelter. Regia e sceneggiatura: Jeff Nichols. Fotografia: Adam Stone. Scenografia: Chad Keith. Musica: David Wingo. Montaggio: Parke Gregg. Costumi: Karen Maleki. Interpreti: Michael Shannon (Curtis LaForche), Jessica Chastain (Samantha LaForche), Tova Stewart (Hannah LaForche), Shea Whigham (Dewart), Katy Mixon (Nat), Natasha Randall (Cammie), Ron Kennard (Russel), Scott Knisley (Lewis). Origine: Usa, 2012. Durata: 120’.


Elyria, Ohio. Curtis LaForche è continuamente ossessionato da incubi nei quali lui e la sua famiglia - la moglie Samantha e la figlioletta sorda Hannah - sono sotto minaccia. Per questo, decide costruire un rifugio a prova di uragano. Le sue ossessioni, col tempo. hanno logorato l’atmosfera familiare, per cui Curtis si reca in una clinica dove parla di sua madre che, all’età che ha lui ora, aveva cominciato a soffrire di schizofrenia paranoide. L‘uomo decide comunque di avviare l ‘edificazione del rifugio. Prende degli attrezzi dal suo posto di lavoro, ottiene un prestito e si mette all’opera. Dopo un po’ di tempo, sia in famiglia che sul lavoro ci si rende conto che nella testa di Curtis c’è qualcosa che non va e la situazione si fa di giorno in giorno sempre più insopportabile. Ma se Curtis avesse ragione?

L’apocalisse è una nuvola immensa che oscura il cielo come in un film di fantascienza, anche se siamo nelle grandi pianure dell’Ohio e nessuna astronave aliena minaccia il pianeta. La fine del mondo è una tempesta di fulmini accompagnata da stormi di uccelli che volano in formazioni mai viste, sfregiando con lugubri spirali la volta azzurra sopra i campi. Ma la minaccia più grave è la certezza che tutto questo stia accadendo davvero, unita al sospetto lancinante che si tratti solo di un delirio, di allucinazioni misteriose come le loro origini, ovvero di un disturbo mentale in cui la minaccia stessa coincide con la catastrofe.  (Fabio Ferzetti, Il Messaggero)

Take Shelter racconta un’ossessione di minaccia incombente che potrebbe invece rivelarsi un presagio di disastro in arrivo. Lo ha diretto, con sensibilità autoriale di stampo europeo e tematiche profondamente americane, Jeff Nichols. Un interessante figura di cineasta fuori dalla folla, che non teme gli indugi, gli sguardi, le atmosfere rarefatte; e tuttavia è ben radicato alla realtà, alla concretezza dei gesti quotidiani e sa come scegliere e dirigere i suoi attori, qui gli intensi e toccanti Michael Shannon e Jessica Chastain. Non sempre Nichols trova il giusto equilibrio fra ambizioni metaforiche e naturalismo, ma il suo film trascina in una inesorabile spirale di inquietudine. (Alessandra Levantesi, La Stampa)

L'anima dell'America è ancora ferita, si sente ancora assediata e sotto attacco. Il nemico è sempre più oscuro, non ha un volto preciso, ormai è diventata una sorta di entità minacciosa. Take Shelter in filigrana racconta l'ossessione americana di sicurezza, e lo fa con un senso del cinema d'impatto molto forte ma mai eccessivo. Il film possiede una notevole forza drammatica, sa irretire il pubblico e immergerlo nella storia personale del suo personaggio principale. E poi c'è il finale poderoso nel suo essere enigmatico e insieme profetico: cosa provoca la paranoia in una persona? Quanto sono lontane dall'essere reali le minacce che si insinuano nella mente di un uomo? Domande senza risposta, perché oggi a regnare è il dubbio. (www.mymovies.it)

 

no mans landTitolo originale: No man’s land. Regia, soggetto e sceneggiatura: Danis Tanovic. Fotografia: Walther Vanden Ende. Scenografia: Dusko Milavec. Musica: Danis Tanovic. Montaggio: Francesca Calvelli. Costumi: Zvonka Makuc. Interpreti: Branko Djuric (Chiki), Rene Bitorajac (Nino), Filip Sovagovic (Chera), Simon Callow (il colonnello Soft), Katrin Cartlidge (Jane Livingstone), Georges Siatidis (il sergente Marchand), Alain Eloy (Pierre), Sacha Kremer (Michel). Origine: Slovenia-Francia-Belgio-Gran Bretagna-Italia, 2001. Durata: 98’.


Bosnia-Erzegovina, 1993. Nel pieno della guerra civile nella ex-Jugoslavia due pattuglie, l’una bosniaca e l’altra serba, vengono inviate dai rispettivi schieramenti in una trincea abbandonata. Esse entrano in contatto e ne nasce una sparatoria nella quale muore un soldato serbo e ne rimane ferito uno bosniaco. Quest’ultimo finisce su una mina che esploderebbe nel momento in cui il suo corpo fosse rimosso. Rimangono nella trincea il serbo Nino e il bosniaco Chiki a fronteggiarsi e a fraternizzare allo stesso tempo. Intanto, nella speranza di disinnescare la mina su cui giace lo sventurato ferito, vengono mobilitati i soldati dell’ONU che si trovano sul posto.

La morale del film si evidenzia nell’angosciante metafora con cui si conclude: una volta innescato, il meccanismo della guerra non si può più arrestare. L’incontro-scontro tra i due combattenti abbandonati nella terra di nessuno mette in risalto l’assurdità di un macello tra uomini che finiscono per scoprire che le cose che li uniscono superano quelle che li dividono e che più parlano insieme più stentano a comprendere le ragioni del loro antagonismo. Se ci si ascoltasse maggiormente accantonando pregiudizi e odi prefabbricati, sembra dirci il film, forse non ci sarebbero più guerre.   
Sarcastica è l’immagine che viene offerta del contingente ONU (i cui caschi blu sono spregiativamente denominati puffi), di cui si denuncia l’incapacità ed inutilità, e degli organi d’informazione, avidi di scoop clamorosi e intenti a trasformare la sofferenza e il dolore in merce da vendere a spettatori destinati a percepire solo una piccola parte di ciò che realmente accade.
Opera prima del trentatreenne di Sarajevo Danis Tanovic, che è stato testimone della guerra civile jugoslava come documentarista, No Man’s Land ha vinto la Palma d’Oro al festival di Cannes nel 2001 come miglior sceneggiatura e l’Oscar come Miglior Film Straniero nello stesso anno.
Riconoscimenti entrambi meritati, soprattutto il primo, essendo certamente i dialoghi la cosa più pregevole del film, incentrati come sono su una struttura binaria a botta e risposta dal ritmo incalzante, efficace nel fare emergere la dimensione di ordinaria umanità dei due protagonisti, più coinvolti che convinti, più vittime che carnefici. Anche le figure di contorno sono ritagliate con incisiva caratterizzazione: tipi e maschere piuttosto che psicologie, costruiscono un coro chiassoso e pittoresco che ben si addice a fare da sfondo ad una farsa tragica qual è No Man’s Land.
Ma Tanovic è bravo anche nel riuscire ad attraversare registri diversi, trapassando con disinvolta leggerezza dal drammatico al grottesco, dal tragico al comico, dal realistico al surreale, e nel costringere l’azione scenica nel ristretto spazio di una trincea della quale riesce quasi a farci sentire il tanfo di cadavere e l’odore acre di sudore dei protagonisti.

                                                                                         Fonti: Annuario del cinema 2001/2002, ed. Cineforum; www.pacioli.net

lenfantTitolo originale: L’enfant. Regia, soggetto e sceneggiatura: Jean-Pierre e Luc Dardenne. Fotografia: Alain Marcoen. Montaggio: Marie-Hélène Dozo. Scenografia: Igor Gabriel. Interpreti: Jérémie Renier (Bruno), Déborah François (Sonia), Jérémie Segard (Steve), Fabrizio Rongione (malvivente), Olivier Gourmet (poliziotto), Hachemi Haddad (Shelter Janitor). Origine: Belgio/Francia, 2005. Durata: 95’.


Bruno, vent’anni, e Sonia, diciotto, hanno appena avuto un figlio, Jimmy. Il ragazzo vive di piccoli furti e fatica a riconoscersi nel ruolo di padre. Al contrario Sonia è disposta a grandi sacrifici pur di crescere il figlio insieme al ragazzo che ama. Bruno, spaventato dalle responsabilità e a corto di denaro, decide, all’insaputa di Sonia, di vendere il piccolo Jimmy a gente sconosciuta che gestisce un giro di adozioni illegali. Mollato il bambino e incassata una discreta somma di denaro, deve però fare i conti con l’inaspettata reazione della giovane compagna, che lo denuncia alla polizia. Salvato dalla madre che gli assicura un alibi, il ragazzo viene scacciato da Sonia, che lo lascia senza un tetto. Recuperato Jimmy, Bruno viene poi ricattato dagli esponenti dell’organizzazione malavitosa che gestisce il racket delle adozioni: come risarcimento gli viene chiesto denaro che Bruno non possiede. Disperato, il ragazzo tenta l’ennesimo furto aiutato da un piccolo ladruncolo. Inseguiti dalla polizia, finiscono per nascondersi nelle gelide acque di un fiume, rischiando di morire assiderati. Alla fine Bruno si consegnerà alle autorità, scagionando l’amico. Solo allora Sonia gli farà visita e lo riabbraccerà.

 

È cinema del pedinamento quello dei fratelli Dardenne, della macchina da presa che stringe sul soggetto e quasi lo soffoca nei limiti dello spazio inquadrato, negando la figura intera; cinema dei primi piani rovesciati sulla nuca e le spalle dei protagonisti, dove il regista si identifica nella storia, non attraverso la soggettiva, ma assecondando ai limiti del sopportabile il desiderio di affiancare i suoi personaggi, di respirargli sul volto, e noi con lui. La Palma d’Oro a Cannes 2005 a L’Enfant, loro quarto film che replica la Palma conquistata con Rosetta nel ’99, pare il riconoscimento a un modo unico di raccontare uno spaccato nella vita di persone vinte, che non ha eguali in Europa. La messa in scena dei Dardenne appare scarnificata: niente musica né luci artificiali, la macchina in spalla serve al pedinamento, il pedinamento serve al meccanismo di identificazione, l’identificazione serve a farci sprofondare in una realtà di deprivazione sociale e culturale. Lo scopo sotteso è la comprensione, non il giudizio. Quest’ultimo semmai emerge nei confronti della società, di un sistema capitalistico che dimentica gli individui, o che li mercifica. Non per niente Bruno tenta di vendere il proprio bambino al “mercato nero” (il passeggino come fosse un carrello per la spesa), recuperando denaro per campare un paio di mesi ed eliminando al tempo stesso un elemento che lo avrebbe costretto a un impegno sociale (il lavoro) che invece rifiuta. Il mondo del giovane è un grande mercato dove vige l’illegalità. L’etica non ha significato per questi dimenticati delle periferie. Sonia, se tenta di difendere il piccolo, è più per istinto materno che per vera e propria convinzione. Aiutata dai servizi sociali, se la cava come può. Non ha progetti che realmente la proiettino verso un futuro migliore. Desidera e sogna. Niente altro. La realtà, però, più che avvicinarsi al sogno, degenera nell’incubo: degli alloggi di fortuna, dei lavoretti saltuari, del cibo scarso, in uno scenario deprimente e squallido. Il destino della giovane coppia è segnato, restano vivi per miracolo; poi si aprono le porte del carcere. Sonia, che prima aveva escluso Bruno dalla sua vita, lo riabbraccia, nella speranza di un nuovo inizio. Perché forse, per i Dardenne, passare al cinema di fiction, dopo tanti documentari, ha significato anche costruire racconti che per quanto vicini alla realtà, contengono in quei finali sempre aperti una luce di speranza che resta viva, nonostante il quadro nero spenga bruscamente ogni loro film.

                                                                                                                                      Fonte: www.lombardiaspettacolo.com

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