L'enfant

lenfantTitolo originale: L’enfant. Regia, soggetto e sceneggiatura: Jean-Pierre e Luc Dardenne. Fotografia: Alain Marcoen. Montaggio: Marie-Hélène Dozo. Scenografia: Igor Gabriel. Interpreti: Jérémie Renier (Bruno), Déborah François (Sonia), Jérémie Segard (Steve), Fabrizio Rongione (malvivente), Olivier Gourmet (poliziotto), Hachemi Haddad (Shelter Janitor). Origine: Belgio/Francia, 2005. Durata: 95’.


Bruno, vent’anni, e Sonia, diciotto, hanno appena avuto un figlio, Jimmy. Il ragazzo vive di piccoli furti e fatica a riconoscersi nel ruolo di padre. Al contrario Sonia è disposta a grandi sacrifici pur di crescere il figlio insieme al ragazzo che ama. Bruno, spaventato dalle responsabilità e a corto di denaro, decide, all’insaputa di Sonia, di vendere il piccolo Jimmy a gente sconosciuta che gestisce un giro di adozioni illegali. Mollato il bambino e incassata una discreta somma di denaro, deve però fare i conti con l’inaspettata reazione della giovane compagna, che lo denuncia alla polizia. Salvato dalla madre che gli assicura un alibi, il ragazzo viene scacciato da Sonia, che lo lascia senza un tetto. Recuperato Jimmy, Bruno viene poi ricattato dagli esponenti dell’organizzazione malavitosa che gestisce il racket delle adozioni: come risarcimento gli viene chiesto denaro che Bruno non possiede. Disperato, il ragazzo tenta l’ennesimo furto aiutato da un piccolo ladruncolo. Inseguiti dalla polizia, finiscono per nascondersi nelle gelide acque di un fiume, rischiando di morire assiderati. Alla fine Bruno si consegnerà alle autorità, scagionando l’amico. Solo allora Sonia gli farà visita e lo riabbraccerà.

 

È cinema del pedinamento quello dei fratelli Dardenne, della macchina da presa che stringe sul soggetto e quasi lo soffoca nei limiti dello spazio inquadrato, negando la figura intera; cinema dei primi piani rovesciati sulla nuca e le spalle dei protagonisti, dove il regista si identifica nella storia, non attraverso la soggettiva, ma assecondando ai limiti del sopportabile il desiderio di affiancare i suoi personaggi, di respirargli sul volto, e noi con lui. La Palma d’Oro a Cannes 2005 a L’Enfant, loro quarto film che replica la Palma conquistata con Rosetta nel ’99, pare il riconoscimento a un modo unico di raccontare uno spaccato nella vita di persone vinte, che non ha eguali in Europa. La messa in scena dei Dardenne appare scarnificata: niente musica né luci artificiali, la macchina in spalla serve al pedinamento, il pedinamento serve al meccanismo di identificazione, l’identificazione serve a farci sprofondare in una realtà di deprivazione sociale e culturale. Lo scopo sotteso è la comprensione, non il giudizio. Quest’ultimo semmai emerge nei confronti della società, di un sistema capitalistico che dimentica gli individui, o che li mercifica. Non per niente Bruno tenta di vendere il proprio bambino al “mercato nero” (il passeggino come fosse un carrello per la spesa), recuperando denaro per campare un paio di mesi ed eliminando al tempo stesso un elemento che lo avrebbe costretto a un impegno sociale (il lavoro) che invece rifiuta. Il mondo del giovane è un grande mercato dove vige l’illegalità. L’etica non ha significato per questi dimenticati delle periferie. Sonia, se tenta di difendere il piccolo, è più per istinto materno che per vera e propria convinzione. Aiutata dai servizi sociali, se la cava come può. Non ha progetti che realmente la proiettino verso un futuro migliore. Desidera e sogna. Niente altro. La realtà, però, più che avvicinarsi al sogno, degenera nell’incubo: degli alloggi di fortuna, dei lavoretti saltuari, del cibo scarso, in uno scenario deprimente e squallido. Il destino della giovane coppia è segnato, restano vivi per miracolo; poi si aprono le porte del carcere. Sonia, che prima aveva escluso Bruno dalla sua vita, lo riabbraccia, nella speranza di un nuovo inizio. Perché forse, per i Dardenne, passare al cinema di fiction, dopo tanti documentari, ha significato anche costruire racconti che per quanto vicini alla realtà, contengono in quei finali sempre aperti una luce di speranza che resta viva, nonostante il quadro nero spenga bruscamente ogni loro film.

                                                                                                                                      Fonte: www.lombardiaspettacolo.com

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